Toscana
Disagio psichico: «Nelle strutture pubbliche troppa burocrazie e poca compassione»
Professore, in che cosa questo messaggio di Benedetto XVI è così «rivoluzionario?
«Il Papa si rivolge ai pazienti chiamandoli cari fratelli e care sorelle. Quindi la rivoluzione è grande. Il Papa dice che bisogna andare incontro ai malati mentali. Gli operatori devono cercarli con sensibilità, con quella compassione di cui ci parla il Vangelo di Marco a proposito di Cristo. Il Papa in questo messaggio tocca con mano il valore della relazione, e ritorna sempre su quel mosso a compassione, quell’andare incontro. Andare significa muoversi, non stare lì in studio, in ambulatorio, ad aspettare la visita della mutua. Andare a portare il peso della malattia insieme ai familiari».
Secondo il Censis, un italiano su cinque accusa disturbi psichiatrici di varia natura e intensità. Dalla sua esperienza risulta un fenomeno in aumento?
«Certo, anche se stimare dati in psichiatria è molto complesso, perché è una malattia particolare e molto malessere rimane nascosto. Ma in una società in cui la qualità delle relazioni umane è precaria è chiaro che ci rimette la persona più fragile».
Il Papa sottolinea come questo disagio sia particolarmente diffuso nel mondo ricco.
«Quando il Papa parla di crisi dei valori morali nella società del benessere ha profondamente ragione, se per crisi dei valori morali intendiamo la qualità delle relazioni. Molti pazienti e molte famiglie oggi stanno male proprio per la carenza di relazioni, ma anche per i servizi che sono difettosi».
Perché sono difettosi? Mancano le risorse?
«Il vero problema non è la quantità delle risorse finanziarie, ma l’organizzazione dei servizi e la qualità del personale. Gli operatori devono lavorare sulle relazioni, devono costruire quotidianamente campi di incontro, di empatia, di compassione».
E invece cosa succede?
«Qui c’è pessimismo da parte mia. Ci troviamo di fronte ad un sistema pieno di caporali, ma povero di operatori che vanno incontro al paziente con la sensibilità e con le cure appropriate, come dice il Papa. Il problema non è solo la formazione e l’aggiornamento professionale, è il reclutamento del personale. Quali operatori possono entrare in rapporto con i pazienti, con i familiari, quali operatori sono capaci di andare a domicilio e creare un campo di incontro, di compassione? Manca la cultura della visita domiciliare, che viene fatta solo formalmente, non con l’impegno umano di portare insieme il peso e quindi di fare evolvere il paziente. Altro esempio di mal operatività è quello delle strutture residenziali che si stanno riducendo tutte a spazi di lungodegenza, proprio per le carenze di personale adeguato e specializzato. Ricordo che in una comunità riabilitativa una caposala e un medico giravano con manuali statistici americani (Dsm4), invece di appassionarsi a costruire esperienze di legami faticosi insieme ai pazienti. Si è mai fatta una verifica tra le numerose conferenze di formazione che le Usl fanno e la ricaduta sui gruppi di lavoro?».
L’altro anello debole sono le famiglie…
«Non ci sono più le famiglie di una volta, che riuscivano a sollevare il peso di un paziente mentale. Oggi le famiglie sono sempre più sfaldate e così la società».
E le famiglie di un malato psichico soffrono ancora di più.
«Stare con un paziente psichiatrico grave è faticosissimo, perché ti tocca sopportare il vuoto, l’aggressività, la violenza. Le famiglie hanno paura di rimanere sole, ma anche di aprire bocca, di parlare, perché temono di non essere capite, di incontrare pre-giudizi e anche di subire ricatti. Hanno tante sofferenze da dire, ma non sanno a chi rivolgersi. E lo stesso vale per gli stessi operatori».