Toscana

Variantopoli ad Arezzo

di Giacomo GambassiI primi a chiamarla «variantopoli» sono stati i consiglieri comunali di centrosinistra, che ad Arezzo siedono fra i banchi dell’opposizione. Ma dalle segreterie di partito il neologismo è approdato per strada, nei bar e sulla stampa: in pratica ovunque si parli del terremoto giudiziario che ha investito il Comune della città dell’oro e che ha portato all’arresto di tre consiglieri della Casa delle Libertà, accusati di concussione.

Secondo la Procura, Pietro Alberti (ex An, poi gruppo misto), Andrea Banchetti (ex An, poi gruppo misto) e Alessandro Cipolleschi (Forza Italia) avrebbero preteso tangenti per dare il via libera alle pratiche urbanistiche che passavano dalla Cat, la Commissione assetto del territorio di cui Cipolleschi era presidente, Alberti vice e Banchetti membro influente.

A farne le spese imprenditori e professionisti della città. Alcuni avrebbero ceduto alle pressioni come il presidente dell’Arezzo Calcio, Piero Mancini, che ad Alberti aveva fatto un contratto di consulenza da 18mila euro in un’azienda edilizia del suo gruppo. Contratto che è costato a Mancini l’iscrizione nel registro degli indagati per il reato di corruzione e un avviso di garanzia. Altri, invece, si sono rivolti alla Procura come Ida Marzotto, titolare di un noto centro ippico, a cui Alberti avrebbe chiesto una mazzetta per l’ampliamento della struttura. Per la Procura, le richieste erano varie: non solo denaro ma anche «benefit» come quelli reclamati da Cipolleschi che spingeva a far istallare gli ascensori della ditta di cui era rappresentante e da Banchetti che era amministratore di condominio.

Per una settimana i tre sono rimasti in carcere. E dalle loro celle hanno respinto le accuse, ma hanno anche suggerito ai magistrati di puntare l’attenzione su un’altra commissione, quella urbanistica, facendo accelerare di colpo l’inchiesta. Poi sono arrivate le dimissioni dalla carica di consiglieri e, con l’addio al Comune, anche gli arresti domiciliari.

Però, i tre abbandoni si sono portati dietro la paralisi del consiglio comunale. Infatti, ad Arezzo la maggioranza può contare soltanto su venti consiglieri (più il sindaco) e altrettanti ne ha l’opposizione. Ridotti a diciassette i componenti della Cdl, il centrosinistra ha scelto di disertare l’aula e per ben due volte ha fatto mancare il numero legale nella seduta che avrebbe dovuto sancire la sostituzione degli arrestati con tre nuovi consiglieri. Così non è stato possibile arrivare alla surroga che, invece, potrebbe avvenire con l’intervento di un «commissario ad acta» nominato dal difensore civico regionale.

Ma lo stallo non si risolverà prima di alcune settimane, anche se ormai da qualche mese il centrodestra si era diviso proprio sull’urbanistica e diverse sedute del consiglio erano saltate per frizioni all’interno della maggioranza.Lo scandalo giudiziario ha scavato un burrone fra Cdl e centrosinistra. L’Unione e Rifondazione continuano a invocare le dimissioni del sindaco, Luigi Lucherini, che, secondo la minoranza, «sapeva ma non ha mosso un dito». E l’opposizione è anche scesa in piazza con un corteo sulla legalità fra le vie di Arezzo. Una manifestazione che non ha scalfito le convinzioni di Lucherini. «Io non lascio – ripete il sindaco – perché l’azione politica della giunta è sempre stata trasparente». In sua difesa si sono schierati il coordinatore regionale di Forza Italia, Denis Verdini, e il commissario provinciale Alessandro Antichi.

E anche l’edizione diocesana di Toscana Oggi è intervenuta sulla vicenda. «La giustizia farà il suo corso – si legge nell’editoriale – Ma ci sentiamo di chiedere tempi rapidi. Soprattutto per il bene della città che non può continuare a convivere con il sospetto». E poi: «Di fatto i tre arresti rischiano di minare la credibilità dell’amministrazione pubblica. Invece, Arezzo ha bisogno di grande trasparenza e di un’azione politica che favorisca non gli interessi privati ma il bene comune».