Vita Chiesa

De Foucauld, l’uomo del deserto

«La mia vocazione tante volte riconosciuta è la vita di Nazaret». Così scriveva Charles de Foucauld, l’uomo che, vissuto a cavallo fra il XIX e il XX secolo, scelse di vivere nel deserto per amore del suo Dio, e che il Santo Padre beatificherà in questo autunno. Una scelta radicale, la sua, dopo una vita ricca di agi e brillanti possibilità di carriera. Scelse Gesù e per lui morì, ucciso da uno dei Tuareg per cui, nel deserto, spese la vita. Una scelta strana, un’esistenza diversa. In realtà, un messaggio attualissimo è nascosto dentro i suoi ricchissimi scritti, nella sua semplice e umile vita.

A volte sentiamo raccontare o leggiamo storie di uomini e donne straordinari, di gesta grandiose. Ci sentiamo tanto piccoli e quasi incapaci anche solo di pensare che pure per noi possa esserci una simile vocazione da parte del Signore. Ma, diceva Madre Teresa, siamo chiamati a «fare cose ordinarie con straordinario amore». Coloro che tutti riconosciamo come grandi santi del nostro tempo, hanno seguito la via più semplice che esista: l’amore. L’unica strada davvero accessibile a tutti! La vita della famiglia di Gesù, a Nazaret, era uguale a quella di tutti gli altri (se così non fosse stato, gli evangelisti ce l’avrebbero raccontata! Invece, su essa il Vangelo tace, perché non aveva niente di speciale e di straordinario): questo stesso stile, fatto di «ordinarietà», scelse De Foucauld. E ci ha insegnato che ciò che più rende grande l’esistenza di un uomo, è l’amore che egli riesce a mettere dentro le azioni più piccole e apparentemente banali. Non c’è altro modo di vivere il Vangelo, che quello di imitare la vita della Sacra Famiglia di Nazaret. Ecco perché il nostro pellegrinaggio terreno può diventare, se lo vogliamo, una liturgia vivente: perché è lì, nelle nostre giornate tutte uguali, che si nasconde il tempio in cui incontriamo veramente il Signore. È nel fratello che Cristo è realmente presente. Se ce ne rendessimo conto, cureremmo davvero ogni aspetto dei nostri rapporti e, da veri innamorati, forse parleremmo di meno dell’amore o del Vangelo, perché esso diventerebbe la nostra stessa carne. Tutto di noi – parole, gesti, sguardi – diventerebbe la tenerezza di Dio per il fratello che Lui ha voluto al nostro fianco. Ed è proprio questo modo di essere l’unico segno distintivo del cristiano. È l’amore concreto l’unico «marchio» che a volte ci fa esclamare di qualcuno: «Quest’uomo appartiene veramente a Cristo!».Suor Mirella CaterinaA cura delle contemplative domenicane di Pratovecchio