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Rubrica: Risponde il teologo

14 Novembre 2007

Apriamo le parrocchie ai fratelli ortodossi

di Archivio Notizie

L’immigrazione, e soprattutto l’ingresso della Romania nell’Unione europea, porta in Italia molti cristiani ortodossi. Come sono, dal punto di vista ecumenico, i rapporti con loro? Ho sentito dire che – in mancanza di chiese ortodosse – possono ricevere i sacramenti nelle nostre parrocchie, e partecipare alla Messa facendo la comunione. È vero? Cosa possono fare, eventualmente, le parrocchie per accogliere questi fratelli cristiani nel rispetto della loro tradizione?

Silvia Brogi

Risponde don Alfredo Jacopozzi, docente di Storia delle ReligioniSecondo l’ultimo Dossier della Caritas/Migrantes sull’immigrazione in Italia  presentato a fine ottobre 2007, ma che fotografa la situazione dell’anno precedente, dal punto di vista delle religioni, gli immigrati provenienti dai paesi di tradizione cristiana sono quasi la metà (1.791.758) degli stranieri presenti.

Nel 2006, per la prima volta, i cristiani ortodossi hanno superato i cattolici di 233.000 unità, raggiungendo quota 918.000. Tra questi, la presenza più alta è dei romeni e poi seguono albanesi, serbi, moldavi, bulgari, macedoni e russi. Per i servizi religiosi, i cristiani ortodossi all’estero si riferiscono alle parrocchie e alle strutture delle loro diocesi, dove queste sono presenti. In Italia, ad esempio vi sono circa sessanta parrocchie della metropolia ortodossa romena, presenti per lo più al nord e al centro. Dove non è possibile, si possono tranquillamente intraprendere percorsi di condivisione di vita sacramentale fra cattolici e ortodossi.

Il Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo (1993) raccoglie i fondamenti teologici stabiliti dal Vaticano II (Decreto Unitatis Redintegratio). Si afferma che tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali, che non sono in piena comunione con essa, esiste una comunione molto stretta nel campo della fede, soprattutto per quanto riguarda il sacerdozio e l’eucaristia. «Ciò, secondo la concezione della Chiesa cattolica, costituisce un fondamento ecclesiologico e sacramentale per permettere e perfino incoraggiare una certa condivisione con quelle Chiese, nell’ambito del culto liturgico, anche per quanto riguarda l’eucaristia, presentandosi opportune circostanze e con l’approvazione dell’autorità ecclesiastica» (Direttorio, n. 122). Dato che tra cattolici e ortodossi vigono usanze diverse riguardo alla frequenza alla comunione, alla confessione prima della comunione e al digiuno eucaristico, è necessario che in una parrocchia cattolica si faccia attenzione alle esigenze specifiche dei fratelli ortodossi. Per il resto, spazio alla fantasia. Sarebbe opportuno che gli Uffici diocesani per la pastorale dei Migranti e quello dell’Ecumenismo promuovessero nelle parrocchie maggiormente interessate dalla presenza di immigrati, momenti di preghiera comuni, pellegrinaggi popolari e momenti di festa che valorizzassero idiomi e musiche di diverse etnie. Il mondo sta cambiando e non sarebbe male che le nostre parrocchie non subissero passivamente il cambiamento, ma lo sostenessero con la forza della fede.

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