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Rubrica: Risponde il teologo

15 Maggio 2007

La Messa in latino: come, quando e perché

di Archivio Notizie

Ho letto che il Papa ha raccomandato, nella lettera sull’Eucaristia che ha pubblicato di recente, l’uso del latino nella Messa. Addirittura, secondo i giornali sarebbe pronto un documento del Vaticano per autorizzare nelle chiese l’uso del rito tridentino, che era stato archiviato dopo il Concilio Vaticano II. Io non ho nulla contro la Messa in latino, che mi ricorda l’infanzia, ma ricordo la riforma liturgica seguita al Concilio, con l’uso dell’italiano e il prete girato verso i fedeli anziché verso l’altare, come una novità bella e positiva, che rendeva la partecipazione più attiva. Perché dunque adesso il Papa vorrebbe recuperare l’antico Messale? Fra l’altro credo che oggi sia già possibile per chi lo desidera, in casi particolari, usare il rito tridentino. Cosa cambierebbe quindi? Vi sarei grato se mi aiutaste a capire il motivo di questi interventi.

Vincenzo Masini

Risponde don Roberto Gulino, docente di liturgiaForse è bene distinguere i diversi aspetti contenuti nella domanda per poter rispondere con maggiore chiarezza.Un primo punto riguarda l’esortazione apostolica Sacramentum Caritatis del 22 febbraio 2007. In questo documento, papa Benedetto XVI parlando circa le grandi celebrazioni che avvengono durante incontri internazionali afferma: «…per meglio esprimere l’unità e l’universalità della Chiesa, vorrei raccomandare quanto suggerito dal Sinodo dei Vescovi, in sintonia con le direttive del Concilio Vaticano II: eccettuate le letture, l’omelia e la preghiera dei fedeli, è bene che tali celebrazioni siano in lingua latina…» (cfr numero 62).

Si tratta quindi di un richiamo a valorizzare, durante una celebrazione internazionale, l’uso della lingua latina per esprimere ancor meglio l’unità e l’universalità della Chiesa.

Il secondo aspetto della domanda riguarda un ipotetico documento del papa, citato da alcuni giornali, che prevederebbe l’uso del rito tridentino, detto anche «di san Pio V», al posto di quello attuale, denominato «di Paolo VI».

Al riguardo, ad oggi, non c’è nessuna indicazione ufficiale. Probabilmente si tratta di un intervento che estende e definisce più precisamente una possibilità esistente da molti anni.

Nel 1984 il papa Giovanni Paolo II ha concesso un permesso (si parla più precisamente di «indulto») a tutti i vescovi «…onde concedere ai sacerdoti… di poter celebrare la S. Messa usando il Messale del 1962… per l’utilità di quei gruppi che la chiedono…» , nelle Chiese indicate dal vescovo (normalmente non nelle parrocchie!). E’ stato un gesto di grande attenzione per venire incontro a tutti quelli che, per vari motivi, avevano gravi difficoltà ad adattarsi al nuovo rito della Messa promulgato nel 1970 con il nuovo Messale che accoglieva le indicazioni del Concilio Vaticano II (il testo completo dell’indulto si trova nella Lettera Quattuor abhinc annos, del 3 ottobre 1984, inviata dalla Congregazione per il Culto Divino ai Presidenti delle Conferenze Episcopali).

Nel 1988 c’è stato un ulteriore richiamo di Giovanni Paolo II: «…dovrà essere ovunque rispettato l’animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina…» (Lettera Apostolica «Ecclesia Dei» in forma di Motu Proprio, del 2 luglio 1988).

In base ai due documenti sopra citati, oggi un vescovo può concedere il permesso ad un sacerdote di celebrare la Messa secondo il rito tridentino se riconosce l’utilità pastorale di questa scelta.

Il problema, forse risolvibile con questo nuovo documento, è che attualmente mancano dei parametri precisi con cui il vescovo può valutare ogni singolo caso e quindi discernere il bene spirituale delle persone che richiedono questo permesso. Può capitare, ed in alcuni casi forse è successo, che un vescovo decida unicamente secondo la sua sensibilità o le sue preferenze, e che quindi neghi o conceda il permesso di celebrare secondo il precedente rito quando mancano reali motivi (sia di negarlo, sia di concederlo). Vedremo esattamente il testo quando uscirà!

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