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Rubrica: Risponde il teologo

21 Giugno 2004

Maria, la donna che dà al mondo la luce

di Archivio Notizie

«Siede alla luce il figlio primogenito e lo avvolse in fasce» (Luca 2,7). La cura del neonato è sempre stata incombenza di donne: il grembo femminile accoglie e custodisce le primizie recondite della vita, mani femminili accolgono la visibilità della nuova vita. Tali servigi alla vita sempre sono prestati in sintonia con presenze altrui: lo sposo, una donna esperta di puerperio. Vibra un messaggio in questa sinergia di persone, ognuna delle quali mette a disposizione una porzione di se stessa, una sensibilità motivata, una capacità servizievole: la collaborazione è necessità naturale.

L’incarnazione passa attraverso naturali necessità: Maria, in solitudine verginale e materna, rende visibile tale passaggio. L’incarnazione si lascia guidare da una donna: Maria è il soggetto operante che accompagna l’avvio della presenza del divino nell’umano. Maria è consapevole nel «dare alla luce» il figlio, autonoma nell’«avvolgerlo in fasce». La sua consapevolezza sulla identità del figlio che dà alla luce resta custodita nell’intimità di personali comprensione ed esperienza del mistero: non è documentabile con la consuete informazioni esterne; l’autonomia è conseguente alla solitudine dell’evento natalizio (oltre Giuseppe non compaiono altre persone), alla robustezza della giovane età, alla singolarità della maternità verginale.

Il testo originale dell’evangelista Luca informa sull’evento natalizio con un essenziale «partorì»: il testo per l’uso liturgico traduce «diede alla luce». L’espressione è doppiamente significativa: nel linguaggio comune informa del passaggio dalla custodia nel buio amoroso del grembo materno alla solarità dell’aria aperta; la contemplazione dell’identità del neonato scorge bagliori di luce intorno a lui; esulta non solo perché quel figlio «viene alla luce», ma soprattutto perché «veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Giovanni 1), presenza luminosa in cui il medesimo Gesù più innanzi si identifica: «io come luce sono venuto nel mondo perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (Giovanni 12,46).

Maria non solo «dà alla luce il figlio», ma altresì «dà la luce» che è quello stesso figlio. Scarno è anche il verbo lucano che riferisce un’operazione assolutamente ordinaria dopo un parto: Maria medesima solitaria avvolge nelle fasce infantili il neonato Gesù. La contemplazione del mistero globale dell’incarnazione vede che quella azione all’inizio della vita si completa alla fine della stessa vita, allorché Gesù morto crocifisso viene avvolto in fasce funebri e calato nel sepolcro: ma quegli indumenti mortuari non sono catene per la prigionia nella morte bensì segno della risurrezione. Maria è presente in entrambi gli eventi: in entrambi ella testimonia la luce della vita, che Gesù il Cristo è Luce e Vita.

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