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Rubrica: Risponde il teologo

4 Giugno 2014

La traduzione del «Padre nostro»: qual è quella più corretta?

di Redazione Toscana Oggi

Nella mia parrocchia abbiamo iniziato a cambiare la parola del Padre Nostro «non ci indurre in tentazione» con la frase «aiutaci nella tentazione». Il sacerdote ci diceva che era una errata traduzione dei secoli passati. Oggi la frase giusta è questa nuova. Mi perdoni ma sono preso da un forte dubbio che è quello che le traduzioni dalla lingua greca o latina si possano interpretare come si vuole dicendo che ci siamo sbagliati. Io non sono d’accordo con questi interventi tardivi e buonisti.

Roberto Rossi

La prima delle due traduzioni del Padre nostro richiamata nella lettera ricalca la versione latina (Vulgata) del vangelo: «non ci indurre in tentazione (ma liberaci dal male)». La traduzione più recente della Conferenza episcopale (2008) riporta invece: «non abbandonarci alla tentazione (ma liberaci dal male)».

Sia la prima che la seconda versione devono tradurre il verbo greco che è alla base, che significa alla lettera «far entrare, introdurre». Non c’è comunque nessun errore da correggere, anche se ogni traduzione è pur sempre incompleta e frutto del tempo in cui è espressa.

Tutto sta a vedere che cosa intendiamo con la parola «tentazione», o per meglio dire «prova». Ora, è evidente che Dio, per quanto permetta che i suoi figli vengano a confrontarsi con una prova, non potrà mai esserne il responsabile diretto, a meno di non intendere letteralmente un linguaggio sul tipo: «Io uccido e faccio vivere, percuoto e guarisco, e nessuno può liberare dalla mia mano» (Deuteronomio 32,39), oppure «perché egli ferisce e fascia la piaga, colpisce e la sua mano risana» (Giobbe 5,18).

Su questa lunghezza d’onda leggiamo, riguardo ad Abramo: «Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo, Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”» (Genesi 22,1). O anche «il Signore rese ostinato il cuore del faraone» (Esodo 9,20; cf. 9,35; 10,20.27; 11,10; ecc.)

Ancora, nel libro dell’Esodo, a proposito del popolo d’Israele: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi» (Deuteronomio 8,2). Lo stesso Mosè ne è coinvolto: «Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce. In quel luogo il Signore impose al popolo una legge e un diritto; in quel luogo lo mise alla prova» (Esodo 15,25).

Il Salterio poi dice: «O Dio, tu ci hai messi alla prova; ci hai purificati come si purifica l’argento» (Salmo 66,10; vedi anche Salmo 81,8). E nel libro di Giobbe leggiamo: «egli conosce la mia condotta, se mi mette alla prova, come oro puro io ne esco» (Giobbe 23,10).

Si tratta dell’uomo che Dio ha lasciato in potere del satana, che è ammesso alla corte divina e può dire al Signore: «stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!» (Giobbe 1,11). In un crescendo drammatico gli è concesso di dire ancora: «Pelle per pelle; tutto quello che possiede, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e colpiscilo nelle ossa e nella carne e vedrai come ti maledirà apertamente!» (Giobbe 2,4-5). Nel primo e nel secondo caso gli è concesso di operare contro Giobbe, purché sia risparmiata la sua vita. A Giobbe non rimane che lottare con tutte le sue forze, finché, alla fine del suo lungo percorso, incontra il Signore: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Giobbe 42,5).

Dello stesso Gesù si dice nella lettera agli Ebrei: «per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Ebrei 2,18). E nel Vangelo si aggiunge anche: «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove» (Luca 22,28).

Gesù stesso è stato sottomesso alla prova dai suoi avversari. Un solo esempio per tutti: la vicenda della donna scoperta in flagrante adulterio: «Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra» (Giovanni 8,6). E lui stesso ha sperimentato la fede dei suoi discepoli: «Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere» (Giovanni 6,5-6).

Tuttavia, come scrive la lettera di Giacomo «nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (Giacomo 1,13).

Per questo nessuno può mettere alla prova il Signore: «Non tenterete il Signore, vostro Dio, come lo tentaste a Massa» (Deuteronomio 6,16). Questo testo è rammentato nel Vangelo di Matteo e di Luca (Matteo 4,7 e Luca 4,12) alla fine dei quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto.

Quanto alla terza e ultima versione della frase Padre nostro («aiutaci nella tentazione»), che il lettore riferisce, la ricondurrei ad un lettura non tanto letterale quanto interpretativa della preghiera del Signore. Non c’è nessun buonismo però, perché di per sé va a cercare uno dei significati che il passo del Vangelo permette. Lo dice bene Paolo: «Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere» (1 Corinzi 10,13).Resta il fatto che è preferibile non farne uso nella liturgia.

Stefano Tarocchi

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