Mattei, la storia di un uomo che non voleva arrendersi

di Mauro Banchini

C’è un passaggio, nella fiction su Enrico Mattei, che offre una pista di lettura: una fra le tante, rispetto a un personaggio complesso, ma certo non la più peregrina.

I coniugi Mattei cercano un figlio che non arriva. Lei ha perso la creatura per cui erano già pronti giochi e vestitini. Lui non vuole mollare: insiste su Greta per nuove visite specialistiche. Ma la ex ballerina non ci sta. Fra i due un botta e risposta: «illudersi è peggio», dice Greta. «No, rassegnarsi è peggio», insiste Enrico.

Quattro parole per spiegare una persona che, di arrendersi, ne ha sempre avuto poca voglia. Lo hanno fatto arrendere solo quelli che fecero esplodere l’aereo. Chissà mai se sapremo chi furono. Lo faceva arrendere, ogni tanto, un pesce che lui – felice pescatore – non riusciva a catturare. Lo aveva fatto arrendere la bella Greta. Ma, per il resto, Mattei non si arrendeva: neppure alle regole ufficiali nel rapporto fra economia e politica, politica e giornalismo, petrolieri e partigiani, Scia di Persia e Kruscev, De Gasperi e Fanfani.

Non si era arreso, piccolo imprenditore di saponi, alla fine del regime: era entrato nella Resistenza. Quella cattolica, quella che con Dossetti, Boldrini, La Pira stava elaborando il Codice di Camaldoli e la nuova Democrazia Cristiana. Finì – guarda caso – per gestire i soldi del CLNAI. Non era tipo da arrendersi: cercava contributi fra gli industriali per finanziare la Resistenza e prometteva appalti per ricostruire il Paese.

Nei grandi limiti del genere televisivo (non è facile concentrare, in poche ore, vite intere di grandi personaggi. E la vita di Mattei fu così intensa che di fiction ce ne vorrebbero altre dieci), questo, con Vittoria Belvedere e Massimo Ghini, è prodotto comunque di qualità.

La tv ha le sue regole. Non possono mai mancare flash back e amori, nemici che diventano amici, pantofole e avventura, ritmi calibrati in funzione degli spot. Pertinente, a proposito, quello di pasta Barilla (Per ora è solo un sogno, ma se c’è la passione perché non sognare?): era appena passata la prima grande sfida di Mattei alle sette sorelle; gli americani volevano che l’uomo messo da De Gasperi alla guida dell’Agip liquidasse l’azienda per lasciare campo libero ai loro petrolieri. Mattei non si fece convincere e iniziò, appunto, a sognare: chiese un prestito a Raffaele Mattioli per trivellare Caviaga offrendo in garanzia … la sua azienda privata.

Prima dello spot Barilla si intuisce che il metano riuscirà a trovarlo. Ha una «passione» grande, il partigiano Mattei servitore dello Stato. E in effetti lo troverà, il metano, iniziando una strada che lo porterà a convincere De Gasperi a dargli sempre più fiducia. Una fiducia che verrà anche dai capi successivi. Una fiducia che, con ENI, lo porterà a gestire un potere sempre più forte, condizionando politica e il mercato mondiale dell’energia. Una fiducia da gestire in modo anche spregiudicato (immancabile il famoso concetto sui partiti-taxi: «Ci monto sopra, mi faccio portare dove voglio, pago la corsa e scendo»).

Una fiducia che lo porterà sul volo Catania-Milano il 27 ottobre 1962. Aveva 56 anni e chissà cosa avrebbe fatto se non fosse stato assassinato in quello che, con fretta sospetta, venne derubricato come «incidente». Un giornalista del «Times» lo cita come «l’uomo più potente d’Italia» e lui inizia il racconto («Sono nato povero, per riuscire devo rischiare più degli altri») di una vita che è stato giusto riscoprire o far scoprire ai più giovani.

Da partigiano era «il comandante Marconi». Da imprenditore «il principale». Per anni fu solo «il ragioniere» ma prese varie lauree ad onore diventando «l’ingegnere». Per i grandi petrolieri era «il petroliere senza petrolio», ma anche «uno che compra non uno che si vende».

Spregiato, ammirato, osannato, temuto. E l’ultima amara definizione, quando erano in troppi a volerlo far fuori, è di un collaboratore. «Enrico? Un morto che cammina».