La Corrida, tutti hanno diritto a dieci minuti di notorietà

di Mauro Banchini

Alla fine non ha vinto. Non poteva vincere. Altri concorrenti erano molto più bravi. Ma l’Oscar della tenerezza se l’è conquistato, alla grande, proprio lui: l’operaio agricolo di Paganico. Un contadino come quelli che pensavi non esistessero più, un personaggio di altri tempi, uno che non è mai uscito dal suo paese, tranne quella volta per la visita militare a Firenze. Non lo presero. Lo rimandarono nel grossetano ed è li, da una vita, che pota ulivi.

Non ha fatto in tempo neppure a sposarsi e, pare, neppure a conoscere una donna perché – racconta – «con le donne non mi sono mai confuso». Vive con il fratello. Ha 62 anni e ringrazia tale Fregoli Massimo, lasciandoci tutti nella curiosità di sapere chi mai possa essere questo Fregoli.

Per la prima volta ha messo piede nella capitale, invitato dalla Corrida: deve essere ancora sconvolto per l’albergo e la cena. Timido come un contadino dell’Ottocento davanti al padrone, fa fatica ad alzare lo sguardo su un Gerry Scotti che, tenero, non infierisce. Com’è ovvio canta «Marina», antico cavallo di battaglia in tante feste paesane (al mio, di paesi, c’è tuttora uno ancora famoso perché cantava con un complessino e tutti, da lui, volevano sempre e solo «Marina, Marina, Marina ti voglio al più presto sposar»).

Gino – si chiama così – attacca ma sbaglia subito. Ricomincia. L’orchestra dell’ottimo maestro Pregadio va per conto suo. Alla fine è inevitabile: fischi, ragli, pentole sbattute con i coperti, urla beduine. E lui, Gino, quasi si mette a piangere da quanto c’è rimasto male. Con la cravattona che adesso può rimettere in naftalina, la bella valletta se lo prende sottobraccio verso la porta, fra gli applausi convinti di uno studio che ha capito quando grande sia quest’uomo.

I dieci minuti di fama cui tutti noi abbiamo diritto, stavolta sono toccati a lui. E poco dopo toccano a Maria Grazia. Arriva dalla provincia di Napoli (buona parte dei concorrenti arrivano dalla provincia) e pure lei ha lavorato nei campi. Ha 72 anni, vedova, 4 figli e 10 nipoti. Scrive poesie. È salita a Roma per recitare «Lello».

Il testo non vale un fico secco (le rime rimandano a «bello, martello, coltello, merlo»). Ma è la storia a meritare un secondo Oscar. Tanti anni fa, Maria Grazia da Caivano conobbe Lello e sarebbe potuta nascere un’avventura fra i due. Lei non ne volle sapere e adesso, rimasta vedova, gli è tornato in mente, chissà perché, Lello . Lo demolisce con rime baciate che, alla fine, sono così acide da legittimare il commento dell’ottimo Gerry («Speriamo che Lello non abbia sentito»).

Maria Grazia non vincerà, ma si prende comunque il suo applauso. Esce salutando «quelli della parrocchia di San Giorgio Martire». Anche per lei sono passati i dieci minuti di illuminazione, ma adesso e per chissà quanto tempo, a Caivano e dintorni sarà quella che «è andata in tv».

Da anni è un appuntamento imperdibile. Antico merito di un mai dimenticato Corrado; moderno merito di un bravo Gerry Scotti; sempiterno merito del maestro Pregadio. Ma, soprattutto, merito di una formula: quella dei «dilettanti allo sbaraglio». Passi quasi tre ore, il sabato sera, e non te ne accorgi. Arriva di tutto, compresi i bravi. Sabato scorso hanno vinto Andrea e Riccardo, due abruzzesi con l’organetto. Vestiti da burini, uno fa l’elettricista e l’altro il magazziniere. Con quella quadriglia si sono conquistati chissà quanta fama sulle montagne dell’Abuzzo.

C’è pure chi, alla Corrida, torna dopo tredici anni. Vinse nel 1995 – Alessandro, manovratore di ski lift in Val d’Aosta – e finisce in finale pure stavolta. Imitando un motore d’aereo e la cannula che dai dentisti aspira la saliva. Eccezionale.

Incredibili anche Caterina e Simonetta. Due infermiere. Sanno di essere attempate e in carne. Ti aspetti tutto tranne che la danza del ventre. Ma sono romagnole: sprizzano simpatia anche dall’ombelico e, con la «trippa dance» si conquistano un misto di ragli e applausi.Rigorosamente in diretta, la Corrida esisterà sempre. E meno male.