Dal prof. Benigni una lezione di tv

di Mauro Banchini

Ha davvero ragione Benigni su quel desiderio delle persone: il desiderio di sentirsi raccontare storie. Lui l’ha fatto, in una serata magica, con Paolo e Francesca. Dieci minuti finali di lettura. Un’ora di spiegazione. E un’ora, quella iniziale, di attualità.

Ma tutto, fin dall’inizio, mirato ai dieci minuti finali. Di puro racconto. E se la tv, in particolare il servizio pubblico, fosse capace di ascoltare il Benigni uscito alla fine per riprendersi gli applausi dopo l’unico e inoffensivo spot, allora si starebbe tutti meglio: quelli che la fanno e quelli che la guardano, la tv. E pure quelli che la pagano.

Dietro le capacità di «racconto» del Benigni – lo si è capito bene anche in uno dei momenti più ridetti ma pure più esilaranti della serata, quello dedicato alla Vergaio di Marione, Emilione, il Guercio di Vinci e Remido della Chiarina –- c’è una Toscana antica: quella dei paesi dove era normale che le persone aspettassero a veglia mentre qualcuno raccontava a memoria la Commedia o la Gerusalemme.

Sconfitta, questa Toscana antica, da tante cose, compresa la modernità di una tv che però potrebbe essere liberata da se stessa e tornare a raccontarci storie. Per farci commuovere. Farci pensare, sognare. Farci riguardare il cielo.

Chi l’avrebbe mai detto che il Benigni da Vergaio, quello della Casa del Popolo comunista, c’avrebbe fatto commuovere con la parabola evangelica del «lembo del mantello» o raccontandoci come il mondo sia cambiato dopo che Maria ha superato la paura e detto «sì» a Dio?

Il Benigni che racconta Sant’Agostino e ricorda le nostre radici cristiane («Se un popolo non pensa al suo passato, è pronto per la disperazione»), il Benigni che sottolinea il valore della pietà cristiana e la dignità della persona («Ciò che tutte le dittature temevano è la individualità, ciò che più volevano il conformismo»), il Benigni che esalta il libero arbitrio («L’avvenire non lo si subisce, lo si domina … Dio è stato vinto da noi, dalla nostra dignità … Noi siamo responsabili del nostro destino»), il Benigni che sbeffeggia certe dottrine da supermercato (quelle secondo cui «bisognerebbe liberarsi delle passioni») e il Benigni che ricorda ai giovani come gli sballi non siano la soluzione davanti alla fatica della realtà («Sia benedetto chi ha creato la vita anche quando non siamo in grado di affrontare la realtà perché la debolezza di quel momento è proprio il momento più alto»): ma il Benigni iniziale chi l’avrebbe mai detto sarebbe finito proprio così? O, forse, è finito così proprio perché così aveva cominciato?

A sentire qualche detrattore – e ce ne sono, anche in Toscana – è solo un furbo, uno che mira ai soldi. I soldi, certo, li fa e buon per lui: ma questo suo viaggio sa di pulito.

Come il successo de «Il Quinto dell’Inferno» introdotto, spiegato e letto l’altra sera (altre 13 puntate seguiranno) in un’Italia che si è fermata su Paolo e Francesca regalando alla Rai un esempio di quello che si potrebbe fare per offrire prodotti di qualità senza perdere pubblico.

Benigni è stato grande. Inutile negarlo. Quasi tre ore in diretta, senza pause, da solo. Ha fatto ridere con l’attualità. C’ha messo dentro i ricordi di quando, fra Vergaio e Firenze, era solo uno dei tanti «grulli» di paese. Ha fatto volare con la poesia perché «i poeti hanno sempre qualcosa di urgente da dirci» e perché «la poesia è un’estensione della nostra bellezza».

Ha ricordato il senso di parole che oggi quel senso l’hanno perso o tradito («Desiderio? Viene dalla mancanza delle stelle, dalla voglia di rivederle»). Ha riletto storie antiche: Semiramide e Didone, Cleopatra e Paride. Ha ricordato il suo amico Casaglieri quando andarono a vedere un film porno e siccome non s’era ancora visto nulla di «bono», il Casaglieri cominciò a urlare («troppa trama»).

Ma ha parlato di una cosa immensamente più grande e oggi immensamente tradita anche se immensamente attesa: l’amore. In tutte le sue declinazione, dal tempo dei «dolci sospiri» alla bellezza dei corpi avvinghiati.

E per una serata nessuno ha aspettato gli spot per sparecchiare o andare in bagno o farsi rincoglionire in solitudine. Un’altra televisione è possibile. Galeotto fu il programma e chi lo condusse.