«Chiara e Francesco», la forza del  Vangelo

di Mauro Banchini

Che senso ha ricostruire una chiesa che non serve più a nessuno? Poveretto, è uscito di senno». Siamo già avanti nello snocciolarsi della storia sulla «follia» di un giovane ricco nella Assisi di fine 1100: la storia di Francesco la raccontano quelli della tv in una mini-serie prodotta da Rai Ficion e Lux Vide che è riuscita a catturare in prima serata un grande pubblico; cosa non scontata e che fa piacere.

La novità sta nell’intreccio fra due «follie» evangeliche: quelle di Francesco e Chiara. Vengono rese in un continuo rimando di storie parallele a perenne dimostrazione di quanto potente sia la forza di un Vangelo non solo letto ma anche vissuto secondo i connotati della sua radicalità. Un Vangelo ben rappresentato in quella bambola di cenci che una bambina di nome Chiara, scappando da Assisi colma di violenze, si ferma a raccogliere trovando per la prima volta sulla sua strada un giovane «cavaliere» che depone la spada per aiutare la piccola a riprendersi il dono regalandole un consiglio («Va’, Chiara, e non voltarti indietro») che sarà poi, per entrambi, il senso di una vita comune passata a servizio di un ideale grande.

«Dietro» ci sono le violenze del mondo, ma c’è anche una religione che ha dimenticato la fede fino a tradirla con la violenza di «crociate» pure originate da un nobile scopo o con l’ipocrisia di cardinali incapaci di servire quel Cristo per il quale, in anni lontani, pure loro si fecero preti. «Dietro» c’è una chiesa in rovina e magari fossero solo le pietre crollate di San Damiano.

Alzi la mano chi, credente o meno, non è toccato fino alla commozione dalla storia di Francesco che con Chiara e i tanti loro primi seguaci così bene interpreta la nostra voglia di autentico, di sacro, di umano. E non fa male che sia un mezzo leggero come la tv a raccontare per l’ennesima volta vicende così note. Azzeccati i volti di Ettore Bassi e Mary Petruolo: belli dentro e fuori. Buona la regia di un Fabrizio Costa capace di tenere teso il filo delle storie sapendo che il prodotto avrebbe dovuto essere, e subire gli inevitabili condizionamenti, da prima serata.

Buoni anche gli altri protagonisti iniziando da un Lando Buzzanca che tutto sommato ha vinto la non facile sfida rispetto ad antiche sue immagini caciaronesche. Non male le musiche di Marco Frisina anche se non sbaglia chi ha scritto che, in certi momenti, più che di sottofondi enfatici ci sarebbe stata necessità di silenzi assai più musicali.Anche per motivi di attualità, si è puntato molto sul colloquio con il Sultano: si capisce il ruolo di Franco Cardini, consulente storico di lusso. Ma a colpire, televisivamente, è il racconto – in mezzo alle torce del fuoco evangelico – sul matrimonio di Chiara con Francesco, che poi è il matrimonio di entrambi con Gesù e con la Chiesa. Reso bene. Come la nascita del bambinello: nella stalla di Greccio mancava solo il piccolo Gesù. Lo trova una dolcissima Chiara diventata «madre» nella chiesetta di San Damiano sotto il famoso crocifisso da cui è sparito, per quella sera, il Cristo sofferente.

No: Francesco e Chiara non raccontano una storiella sdolcinata ma la prova di quanto sia forte, se preso sul serio, il Vangelo.

P.S. – Stavolta non ho detto nulla contro gli spot. Credo sia bastevole il confronto fra le ultime immagini (Chiara cammina scalza sulle orme di Francesco anche lui scalzo) con quell’arrivederci da Melluso Walk certo utile allo sponsor per vendere scarpe ma così fuori luogo.

Per non parlare del confronto fra la pulizia del dolce viso di Chiara e la sensualità di quella signorina mezza nuda che si eccita solo per venderci un’auto. E che dire del traino per l’inevitabile Porta a Porta? Se Bruno Vespa è impegnato sulla domanda «Mastella e i giudici: chi ha ragione?» mentre noi, fino a pochi istanti prima, avevamo tifato per Francesco, il divario non si commenta proprio. Puzzava di maiali, Francesco davanti al papa che lo abbraccia, ma più di lui puzzava il profumo dei cardinali. Che c’azzecca il buon Clemente da Ceppaloni?