Formula1: l’utente Rai e la finta diretta
Insomma: io la Svizzera la sopporto poco (per favore: non ditelo all’ambasciatore svizzero in Italia, che vedo ogni estate sulle montagne di Pistoia dato che ha avuto il buon gusto di sposare una mia compaesana e che mi pare pure una brava persona. Non diteglielo, please).
Eppure mi son trovato a tifare emmenthal per merito di uno straordinario referendum voluto dal signor Minder, Thomas Minder, parlamentare conservatore svizzero (immagino i parlamentari… progressisti) e approvato qualche settimana fa dalla maggioranza degli svizzeri: il referendum che impone un tetto agli stipendi dei «gatti grassi»: in futuro i supermanager di questo strano Paese dovranno avere compensi … calmierati. Guadagnavano troppo, talvolta anche quando le loro aziende sul mercato andavano male; e questi super-guadagni sono sembrati tanto immorali che li hanno limitati.
L’ho presa larga per un pezzo che mi è stato «commissionato» da un amico al quale non ho potuto dire no (anche perché trattasi del direttore di questo settimanale e voi capite: quando un direttore suggerisce un argomento, è difficile far finta di nulla).
Per me è terreno del tutto oscuro e forse pure scivoloso: alla tv, in genere, non guardo sport e soprattutto (forse farne un vanto è temerario, ma è la pura verità dei fatti) non ho mai visto una gara automobilistica di F1 ignorando dunque ciò su cui il direttore mi chiede di scrivere: in particolare l’accordo Sky/Rai sulla vicenda dei diritti televisivi dei GP.
Se ho capito bene, il calendario 2013 del Mondiale di Formula1 è iniziato domenica scorsa in Australia (anzi: doveva iniziare, poi la pioggia di Melbourne l’ha rinviato di un giorno. Leggo adesso che ha vinto un tizio chiamato Raikkonen). Proseguirà, il calendario, a suon di due corse al mese fino al 24 novembre in Brasile. So bene che milioni di persone, in tutto il mondo, farebbero ogni sacrificio per guardare – in tv e in ore incredibili, causa fusi orari – gare caratterizzate da un vrrrrromm costante ma, soprattutto, da inquadrature su marchi che stanno ovunque. Posizionati nelle posizioni più strane e veri padroni della baracca.
Mi dicono che per non restare indietro sui diritti tv (che corrispondono al dovere di ogni buon spettatore di guardare sì la corsa ma soprattutto i marchi e i logo di chi paga la corsa) Rai ha fatto un accordo con Sky, società che detiene i diritti, pagando 100 milioni di euro: su 19 Gran Premi, il servizio pubblico italiano ne trasmetterà in diretta solo 9 (fra cui il GP d’Italia che si tiene – questo lo so – in quel di Monza) mentre per le altre 10 gare la Rai dovrà aspettare almeno tre ore dalla conclusione prima di dare il via alla trasmissione: trasmissione, dunque, in differita.
Sky trasmetterà in diretta tutte le 19 corse: come ovvio a pagamento (attorno ai 400 euro all’anno per ogni abbonato, se ho capito bene). In altri termini: per più della metà delle gare, l’utente Rai dovrà far finta di credere che si tratta di una «diretta» mentre la gara, in realtà, è finita da almeno tre ore e tutti, compreso lo spettatore Rai, sapranno chi l’ha vinta e come è stata vinta.
Per me è facile non capire ma adeguarmi. Così come è intuitiva la consapevolezza circa la predominanza dei soldi nello sport globale: nei bolidi di F1 (belle donne, splendidi motori, grandi campioni e, ogni tanto, uno raffinato come Briatore); nel calcio, nel basket, nel ciclismo. Ovunque tranne, immagino, nel curling (quel buffo sport con uno che tira una pietra sul ghiaccio e un altro che accarezza il ghiaccio con uno scopino).
Riscuotono tutti: i campioni dello sport e i signori dei media, i telecronisti e i titolari dei marchi, le belle donne e il mitico Briatore. A pagare sono quelli che, dal divano di casa, guardano in stile Fantozzi: frittatona di cipolle, vestaglione di flanella, rutto libero. E Peroni gelata.
Quasi dimenticavo la Svizzera e il referendum sui «gatti grassi». L’appiglio – tenue, mi rendo conto; ingenuo, lo so benissimo – con la F1 e i diritti televisivi mi pare evidente in un contesto dove troppo spesso è il circo mediatico-sportivo a costituire un forte oppiaceo per poveri sempre più poveri ma beatamente lieti di farsi turlupinare da pubblicità ingannevoli e da uno star system oscenamente ricco.
Che si aspetta a trovare un politico «conservatore» capace di far passare un referendum che tolga qualche zero ai costi dei diritti televisivi, ai compensi dei cosiddetti campioni, ai profitti di un divertimento che è sempre più tale per una minoranza?
Politico «conservatore» cercasi. Ma se fosse «progressista», a noi, c’andrebbe bene lo stesso.