I Comandamenti di Benigni, una lezione di tenerezza
Parte, Benigni, su un elemento basico in qualunque discorso su Dio («c’è o non c’è?»). E risponde che sì, esiste, perché lui non si permetterebbe mai di parlare su uno che non c’è. Ma tira fuori quelle parole – un po’ sulla scia del buzzatiano «Dio che non esisti, io ti prego» – che colpiscono e commuovono. «Se Lui non c’è, vorrà dire che noi lo aspettiamo».
C’era attesa per questa nuova prova dell’ex ragazzo di Vergaio. Tutto solo. In diretta. Quasi due ore (con qualche ridondanza che era inevitabile). Che per due sere di fila fanno quasi quattro. Senza spot. A dieci giorni dal Natale. Chiamato a raccontarci, lui, la poesia e la forza dei Comandamenti. Chiamato a soffiare su quel residuo di fede che «nemmeno certi preti o certi cardinali sono riusciti a sradicare in noi». Chiamato a ragionare anche con quei tanti, e specie nella nostra Toscana sono tanti, che il Benigni sostengono (ma sarà poi vero?) lo preferivano in Televacca o in Berlinguer non sopportandone quella che loro chiamano «deriva».
Tributato il dovuto tributo alla stretta attualità di mafia capitale, con due o tre battute inevitabili, Benigni si lancia subito nella storia: Mosè e l’esodo. Storia che un tempo tutti sapevano ma che oggi, nella imbarazzante ignoranza circa la dimensione «alta» in cui siamo immersi, fatica a farsi spazio. Magari anche per colpa di chi, preti compresi, dovrebbe narrarla ma non ne è capace limitandosi, come il cardinal Bellucci nella «Grande bellezza», a spiegare come si cucina il coniglio alla ligure.
Premessa inevitabile per arrivare ai primi tre comandamenti. Gli altri arriveranno la sera dopo. «Fate conto che è la prima volta che li leggete», avverte. «Semplicissimi e vertiginosi», li definisce. E parte: con una sapienza intrecciata di tenerezza che poi, a ben vedere, è la cifra delle dieci parole.
Un Dio che «si emoziona» e «si tradisce» quando ricorda di essere Dio di ciascuno di noi: un Dio che «vuole essere amato»; che «vuole l’esclusiva»; «geloso» di noi (e si è gelosi soltanto quando si è «innamorati»). Un Dio che «vuole entrare nei nostri cuori, non nelle nostre teste». Un Dio «sbilanciato nell’amore», che non vuole idoli sapendo bene (ma siamo noi a dimenticarcene) che «gli idoli addormentano, mentre il divino inquieta». Un Dio «che non risuscita i morti, ma i vivi»; che non vuole essere rappresentato «perché vuole educarci ad aprire gli occhi sull’invisibile».