Eventi: The di Toscana Oggi
Giornali e cronisti dei tempi che furono
Tra i tanti primati che vanta Firenze, ce n’è uno ignoto ai più, ma indicativo della vita culturale della città in varie epoche, della sua voglia di comunicare, della sua polemica vitalità. Dal Settecento ad oggi ci sono stati più di duecento quotidiani: alcuni hanno vissuto vita brevissima, altri sono ancora in edicola dopo una lunga e gloriosa storia. È il caso de «La Nazione», il cui primo numero è datato 19 luglio 1959. In realtà parlare di stampa a Firenze vuol dire ripercorrere un viaggio affascinante, dalle «Gazzette» scritte a mano di primo Settecento ai «fogli» nati sotto Pietro Leopoldo, per arrivare ai quotidiani del periodo francese, come il «Monitore fiorentino» (26 marzo 1799).
Legata alle vicende nazionali ed internazionali, l’avventura della stampa nella nostra regione è specchio della realtà degli ultimi tre secoli, nel passaggio da un orizzonte strettamente locale alla globalizzazione attuale, dal torhio a mano al computer. Ed è storia di uomini e di idee, con in prima linea Viesseux e Gaspero Barbera, Bettino Ricasoli e Felice Le Monnier. Testate quotidiane di satira politica come «Il lampione» (1848), organi di stampa schierati su posizioni libertarie ed attenti alle necessità sociali quali «Il popolano» (1848), oppure consapevoli che il giornale doveva educare i propri lettori ai valori della politica, come «Il Risorgimento Italiano» (1859), un quotidiano umoristico, «L’Arlecchino» (1859) offrono un’idea del ventaglio di proposte che nel periodo risorgimentale arricchiva il panorama cittadino. Era un clima vivo, di rivalità e di polemiche: ad esempio nel giugno 1865 c’erano più di dieci quotidiani di tendenze diverse. Fu allora che «La Chiacchera» uscì con la celebre vignetta intitolata «Lotte intestine» ed in cui i giornali, dotati di braccina e gambine, sono visti azzuffarsi senza pietà. La didascalia recita: «I Giornali Fiorentini per far l’unione d’Italia stanno fra loro come cani e gatti!».
Queste pagine ingiallite, ma non prive di fascino, ci fanno conoscere realtà interessanti e divertenti. Tre firme emergono sulle altre e si tratta di «inviati speciali», i Macchiaioli della carta stampata. Il primo è Collodi, ossia Carlo Lorenzini, che vide la luce nel 1826 ed abitò in una casa di via Taddea, di proprietà dei Ginori, presso i quali i genitori lavoravano. I suoi articoli per «La Nazione» rievocano la Firenze del primo Ottocento; è il cantore della città non ancora capitale, prima della «malattia», come usava dire. Attraverso i suoi scritti si possono conoscere il Làchera, venditore celeberrimo di pere cotte, e il Palazzi, l’altissimo e bizzarro signore che visse di rendita sulle sue ossa, avendo venduto da vivo il proprio scheletro alla Specola; i «caffe» alla moda, le feste, i teatri, ma anche l’apertura di nuovi tratti di Lungarno. Il rinnovamento urbanistico, fonte di infinite polemiche, vide Collodi lontano dalla posizione degli «antiquari arrabbiati» che pensavano non si dovesse toccare niente e schierato con Poggi per allargare Porta Rossa, in modo da unire Santa Trinita a Piazza Signoria.
Il livornese Pietro Coccoluto Ferrigni, in arte Yorick, nato nel 1836, già avvocato, poi perfino segretario di Garibaldi in Sicilia, inviato speciale, fondatore de «La Gazzetta Fiorentina», critico d’arte e critico teatrale, è il cantore della Livorno delle prime bagnature da Pancaldi; godibilissimi i suoi pezzi sull’apertura del Viale dei Colli, sui negozi fiorentini più importanti nel decennio 1870-1880, sugli orrori del ghetto, sul varo della «Lepanto», fiore all’occhiello della Marina Italiana. È il primo inviato in Pretura. Protagonista della cacciata di Leopoldo II, racconta in prima persona gli ultimi tre giorni del Granducato: stese di suo pugno l’ultimatum al sovrano e ci restituisce l’emozione di un giovane di ventidue anni di fronte ad una Piazza Barbano gremita all’inverosimile, con Beppe Dolfi ritto su una panchina a leggere le notizie dei giornali arrivati dal Piemonte.