Il nostro è un paese nel quale il tema della meritocrazia è uno di quei tormentoni che ciclicamente torna all’ordine del giorno. Nella terra della raccomandazione, del «tengo famiglia», delle amicizie poco disinteressate e purtroppo (lo sappiamo bene) anche delle tangenti, come non essere d’accordo con chi chiede maggiore trasparenza nella selezione della classe dirigente; come non essere d’accordo con chi chiede uno Stato che sia in grado di premiare chi davvero lo merita.Siamo tutti pronti – giustamente – ad indignarci e a stracciarci le vesti su questi temi.In questo strano ma bellissimo Paese succede però che, mentre ancora l’eco dell’indignazione di cui sopra non s’è chetata, ci rimangiamo tutto per sacrificarlo sull’altare di un altro fantastico mito dei nostri tempi: il politicamente corretto.È di fronte al politicamente corretto che siamo disposti a rinunciare ad una bella fetta della tanto agognata meritocrazia. Perché la selezione va bene ma, se c’è da far rispettare la parità dei sessi, può attendere.Ed è in base a questo principio che, per la prima volta, gli aretini si sono ritrovati a scegliere i propri consiglieri comunali non soltanto in base alle loro capacità, ai loro programmi o al loro appeal, ma anche in base al loro sesso.La legge parla chiaro: una preferenza per un uomo e una per una donna.E hai la tua bella fatica, in cabina elettorale, a cercare di capire perché mai devi rispettare questo strano 50-50, mentre in cuor tuo vorresti votare due donne o due uomini.Certo, avremo finalmente un consiglio comunale dove la parità dei sessi sarà (quasi) rispettata.Ma siamo davvero sicuri che avremo scelto i migliori?Fa niente. Il politicamente corretto chiamò. Di meritocrazia torniamo ad indignarci un’altra volta.