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IRAQ, VIOLENZE PRE-ELETTORALI E BASSA AFFLUENZA DELLA DIASPORA ALLE URNE

A poche ore dall’apertura dei seggi in Iraq per le prime elezioni multipartitiche da mezzo secolo a oggi sono tornate a esplodere le bombe, mentre vengono resi noti i primi parziali sull’affluenze alle urne degli iracheni all’estero. Questi ultimi non hanno risposto con troppo entusiasmo alla convocazione alle urne, visto che al momento solo circa il 30% dei 280.000 iscritti appartenenti alle diaspora irachena si è recato a esercitare il suo diritto/dovere, sebbene i dati siano in crescita rispetto a ieri.

In Iran è stata registrata una maggior percentuale di votanti (circa 21.000 su 61.000 iscritti), mentre solo il 17% ha votato in Gran Bretagna. In patria la giornata pre-elettorale, cominciata all’insegna di una strana calma apparente, si è ben presto tinta di violenza – ricalcando la giornata precedente (45 attacchi complessivi) – a causa dell’esplosione di una potente bomba a Khanaqin, città al confine con l’Iran, e del reiterato lancio di colpi di mortaio a Baghdad, nella cosiddetta ‘zona verde’.

La maggior parte degli iracheni si guarda bene, al momento, dall’uscire di casa, sebbene i Paesi della coalizione internazionale presenti e il governo provvisorio stiano cercando di motivare gli aventi diritto a recarsi al voto per eleggere i 275 membri dell’Assemblea transitoria.

Più dettagliatamente, a Khanaqin sono state otto le vittime provocate da un kamikaze (facendo lievitare a più di 400 le vittime civili irachene dall’inizio di gennaio a oggi in tutto il Paese) che si è fatto esplodere fuori da un centro militare nel centro a nord-est di Baghdad, uccidendo tra l’altro 5 civili. Tra la mattina e le prime ore del pomeriggio 8 o 9 colpi di mortaio, in almeno tre diversi momenti, sono stati sparati nella zona verde, in corrispondenza con le ambasciate statunitense e britannica; i lanci sono stati seguiti da intensi scambi di colpi d’arma da fuoco.

Non si ha al momento notizia di vittime. Un altro episodio di violenza è stato registrato inoltre a Sharqat, nel nord dell’Iraq, dove un carro trainato da un asino è stato fatto esplodere fuori da un seggio elettorale. Si tratta di episodi che vanno ad aggiungersi a quelli registrati nei giorni scorsi in una vigilia elettorale travagliata e all’insegna della violenza.

Non vanno dimenticate le minacce che gravano sul voto: da quella dei gruppi integralisti che hanno minacciato di piazzare dei cecchini in corrispondenza dei seggi elettorali per sparare su chiunque si rechi ai seggi al possibile boicottaggio dei cittadini appartenenti alla comunità sannita, alle autobomba e alle minacce di altri gruppi non affiliati a quello del giordano Abu Musab Zarqawi. È il caso, quest’ultimo, di alcuni volantini firmati da un sedicente partito Baath, la formazione politica creata da Saddam Hussein, comparsi oggi per le vie della capitale con sopra slogan che invitavano gli iracheni a non andare alle urne. Condizioni di estrema tensione e difficoltà, dunque, che non sono sfuggite al presidente iracheno Ghazi al Yawar, secondo cui la maggior parte degli iracheni non si recherà domani alle urne, a causa delle tensioni politiche tra i gruppi nazionali e religiosi e della minaccia di violenze. Dagli Stati Uniti, intanto, il presidente George W. Bush fa sapere dal suo messaggio radiofonico del sabato che seguirà molto da vicino le elezioni irachene e che, comunque vada, “la missione dell’America in Iraq continuerà, a mano a mano che la democrazia si radicherà nel Paese”. (Misna)