Toscana
Scontro al vertice sul futuro dell’Istituto della Resistenza
«Non crediamo che l’attività dell’Istituto debba limitarsi alla partecipazione alle feste dell’Unità o alle iniziative del consiglio regionale, né che debba supplire alle carenze finanziarie dell’Università». Così Leandro Chiarelli riassume le contestazioni di una parte del consiglio alla gestione attuale. Nonostante un finanziamento regionale di tutto rispetto (130 mila euro), prosegue Chiarelli, l’istituto non è in grado di gestire in modo dinamico il patrimonio culturale che possiede, non lo valorizza, non riesce a definire una politica culturale adeguata. Questa situazione provoca un clima di conflittualità all’interno del consiglio direttivo, aggravato da una conduzione «presidenziale» che, invece di caratterizzarsi per una costante opera di mediazione, va in direzione opposta. L’Istituto è regionale di nome, ma non nei fatti, prosegue Chiarelli, la componente accademica oppone ostinate resistenze a promuovere una federazione con gli istituti provinciali toscani, già attivi a Grosseto, Siena e Pistoia. Ora le proposte di modifiche statutarie sembrano volte a snaturare il carattere associativo dell’Istituto con la riduzione degli spazi di partecipazione dei soci, come la riduzione al 51% dei consiglieri elettivi, l’aumento abnorme delle quote sociali. Altro motivo di contestazione il mancato accoglimento da più di un anno di oltre 200 domande di associazione, tra le quali figurano esponenti politici e della cultura, alcuni di area cattolica. In questo quadro si colloca un concorso che ha portato all’esclusione dell’attuale responsabile dell’archivio, persona ben nota agli studiosi e a quanti si rivolgono all’Istituto e che in 24 anni ha dato un contributo non secondario alla realizzazione di numerosi progetti. Motivi che hanno indotto Red Giorgetti, giornalista e storico fotoreporter toscano, a ritirare il suo archivio fotografico, che aveva intenzione di donare all’Istituto. «Siamo rimasti per evitare il collasso dell’Istituto, nonostante il drammatico vuoto politico è la conclusione di Chiarelli, anche a nome degli altri consiglieri . Spetta ora alla Regione dire cosa deve essere l’Istituto: associazione collegata con la società civile o fondazione».
«Come componente cattolica, ormai scomparsi i resistenti ai quali va tutta la nostra riconoscenza, gli attuali numeri non ci consentono di esercitare un ruolo determinante e, con dispiacere, abbiamo registrato e rileviamo dissidi all’interno dell’Istituto spiega così la situazione Alessandro Martini, consigliere e membro dell’esecutivo dell’Isrt . Abbiamo scelto un assai trasparente percorso di rifondazione al servizio disinteressato di quello che è il nostro obiettivo: offrire un concreto contributo al rilancio dell’Istituto su basi qualitative. Ci siamo dunque fatti carico, statuto alla mano, di una trasparente campagna per immettere nuovi soci con provenienza e qualificazione di evidente peso». «Come cattolici continua non abbiamo interessi particolari da salvaguardare se non quello della nostra memoria storica all’interno di una istituzione pluralista come deve essere l’Istituto storico della Resistenza memoria che con altre memorie vogliamo trasmettere alle nuove generazioni». E per fare questo è necessario secondo Martini ripartire da alcuni punti positivi: «Il Protocollo d’intesa con la Regione, l’imminente immissione dei nuovi soci, la nostra presenza in esecutivo. Superando i dissidi interni conclude è l’ora di guardare al futuro».