Toscana

Peggiora la crisi dell’industria toscana. Posti di lavoro a rischio

di Ennio CicaliUno stillicidio, non passa giorno che non sia annunciata la crisi di un’azienda toscana. L’ultima in ordine di tempo è la Calp di Colle Val d’Elsa, la cristalleria leader sul mercato europeo che ha annunciato il licenziamento, entro il 2006, di 220 lavoratori sui 565 ora occupati. Un marchio che rappresenta il 90 per cento della produzione italiana e il 15% di quella mondiale, con aziende e uffici di rappresentanza in quasi tutto il mondo.

La crisi della Calp si aggiunge a quella di altre industrie toscane: Delphi di Livorno (componentistica auto) che ha annunciato la chiusura dello stabilimento e il licenziamento di 400 dipendenti, la Manifattura tabacchi di Lucca, dove sono previsti tagli al personale e alla produzione, Richard Ginori di Sesto Fiorentino, con l’avvio della procedura per la cassa integrazione di 50 sui 370 dipendenti, per 13 settimane dal 6 marzo, Mabro, la storica azienda grossetana delle confezioni di pregio con 67 esuberi, ma che alla fine potrebbero essere di più, da 330 lavoratori, quasi tutte donne, si rischia di scendere interno ai 250. Nomi che si aggiungono a quelli di Matec, Zanussi, Kartos, Plast80, Terme di Montecatini, Micronix, Manifattura Castelnuovo.

Una situazione che contrasta con la recente analisi congiunturale elaborata dai Centri Studi di Unioncamere Toscana e Confindustria Toscana che, tra ottobre e dicembre 2005, vede tornare il segno positivo per l’industria manifatturiera toscana dopo diciassette trimestri consecutivi di flessioni. Segni positivi che non cambiano la valutazione generale di difficoltà per l’industria toscana. Unici dati negativi il nuovo lieve calo della domanda interna e l’occupazione rimasta invariata rispetto al 2004.

La produzione industriale è trainata dal buon andamento della lavorazione dei metalli e meccanica, pelli e cuoio, meccanica, lavorazione dei metalli, legno e mobili.Rallenta la trasformazione alimentare e il comparto elettronica e mezzi di trasporto, unica eccezione l’elettronica. Ancora difficoltà per il tessile – abbigliamento, lavorazione dei minerali non metalliferi, chimica, farmaceutica, gomma e plastica, orafo, cartotecnica e raffinazione. Un dato confortante arriva dalle piccole imprese che, dopo un lungo periodo negativo, vedono la produzione salire seppure di poco nell’ultimo trimestre dell’anno. Si conferma, infine, il periodo positivo per le medie imprese.In risalita la fiducia degli imprenditori e le aspettative della domanda estera, mentre rimangono stazionarie quelle relative alla domanda interna e all’occupazione.

Segnali contraddittori arrivano dal territorio. Molte aziende muoiono, altre nascono. La fantasia e la capacità imprenditoriale di molti, possono essere il motore per la ripresa dell’industria toscana. Ma la creatività da sola non basta. Se un modello è finito occorre costruirne uno nuovo. La parola quindi passa alla politica e alla sua capacità di captare e governare i segnali di novità che vengono dalla società civile.

Delocalizzazione:da problema a opportunità Delocalizzare non fa male all’economia, anzi. Secondo la recente ricerca Irpet e Politecnico di Milano – «Delocalizzazione produttiva: da problema a opportunità» – presentata da Stefano Casini Benvenuti, si tratta di un fatto positivo da cogliere e sfruttare. Cade così una delle giustificazioni alla stagnazione che colpisce l’economia toscana. Oltre agli investimenti diretti all’estero, spiega, la delocalizzazione avviene anche importando direttamente dall’estero prodotti o semilavorati che prima si facevano in loco. Da qui il forte incremento degli scambi: in particolare le importazioni sono aumentate più delle esportazioni, soprattutto nella moda e nella meccanica. L’area fiorentina attrae per la manodopera qualificata e il pregio delle lavorazioni. Inoltre, secondo la ricerca, gli imprenditori che delocalizzano non cercano lavoro a basso costo, ma soprattutto lo sbocco su nuovi mercati, in prevalenza nelle aree sviluppate. La ricerca è stata presentata in un convegno al quale hanno partecipato, tra gli altri, il vicepresidente della Provincia Andrea Barducci, Alessandro Petretto, direttore scientifico dell’Irpet, Marco Mulinelli e Lucia Piscitello del Politecnico di Milano, Riccardo Varaldo direttore della Scuola Sant’Anna di Pisa e l’assessore regionale alle attività produttive Ambrogio Brenna. Non solo opportunità ma anche problemi: il principale riguarda i lavoratori che perdono il posto di lavoro. Il cerino passa quindi alla politica.