Toscana

Disagio psichico: «Nelle strutture pubbliche troppa burocrazie e poca compassione»

di Claudio TurriniE’ un «messaggio di portata rivoluzionaria. Per la prima volta la Chiesa si rivolge ai “cari fratelli e sorelle” portatori di malattie mentali». Gianni Di Norscia, già primario di psichiatria e docente di psicologia clinica all’Università di Firenze, si infiamma a parlare del primo messaggio scritto da Benedetto XVI per la giornata del malato e dedicato al «disagio mentale». Sabato 11 febbraio lo commenterà nella sua parrocchia, a Firenze, in occasione della Giornata mondiale. «Tutte le parrocchie dovrebbero leggere con passione questo messaggio», ci dice lamentandosi che la Diocesi di Firenze, che di disagio mentale aveva già discusso nella Giornata del 2005, quest’anno dedichi attenzione ad un altro tema, quello dell’assistenza agli anziani. «Peccato, era davvero un’occasione unica…», commenta con amarezza. «Ancora una volta i pazienti mentali, che sono tra i più poveri, sono trascurati. Il Papa parla di una nuova emergenza socio-sanitaria. Ed allora non potrebbe nascere nelle diocesi un Dipartimento speciale per la malattia mentale e per le tossicodipendenze di supporto alle famiglie e alle istituzioni?».

Professore, in che cosa questo messaggio di Benedetto XVI è così «rivoluzionario?

«Il Papa si rivolge ai pazienti chiamandoli “cari fratelli e care sorelle”. Quindi la rivoluzione è grande. Il Papa dice che bisogna andare incontro ai malati mentali. Gli operatori devono cercarli con sensibilità, con quella “compassione” di cui ci parla il Vangelo di Marco a proposito di Cristo. Il Papa in questo messaggio tocca con mano il valore della relazione, e ritorna sempre su quel “mosso a compassione”, quell’“andare incontro”. “Andare” significa muoversi, non stare lì in studio, in ambulatorio, ad aspettare la visita della mutua. “Andare” a portare il peso della malattia insieme ai familiari».

Secondo il Censis, un italiano su cinque accusa disturbi psichiatrici di varia natura e intensità. Dalla sua esperienza risulta un fenomeno in aumento?

«Certo, anche se stimare dati in psichiatria è molto complesso, perché è una malattia particolare e molto malessere rimane nascosto. Ma in una società in cui la qualità delle relazioni umane è precaria è chiaro che ci rimette la persona più fragile».

Il Papa sottolinea come questo disagio sia particolarmente diffuso nel mondo ricco.

«Quando il Papa parla di crisi dei valori morali nella società del benessere ha profondamente ragione, se per crisi dei valori morali intendiamo la qualità delle relazioni. Molti pazienti e molte famiglie oggi stanno male proprio per la carenza di relazioni, ma anche per i servizi che sono difettosi».

Perché sono difettosi? Mancano le risorse?

«Il vero problema non è la quantità delle risorse finanziarie, ma l’organizzazione dei servizi e la qualità del personale. Gli operatori devono lavorare sulle relazioni, devono costruire quotidianamente campi di incontro, di empatia, di compassione».

E invece cosa succede?

«Qui c’è pessimismo da parte mia. Ci troviamo di fronte ad un sistema pieno di “caporali”, ma povero di operatori che vanno incontro al paziente con la sensibilità e con le cure appropriate, come dice il Papa. Il problema non è solo la formazione e l’aggiornamento professionale, è il reclutamento del personale. Quali operatori possono entrare in rapporto con i pazienti, con i familiari, quali operatori sono capaci di andare a domicilio e creare un campo di incontro, di compassione? Manca la cultura della visita domiciliare, che viene fatta solo formalmente, non con l’impegno umano di portare insieme il peso e quindi di fare evolvere il paziente. Altro esempio di mal operatività è quello delle strutture residenziali che si stanno riducendo tutte a spazi di lungodegenza, proprio per le carenze di personale adeguato e specializzato. Ricordo che in una comunità riabilitativa una caposala e un medico giravano con manuali statistici americani (Dsm4), invece di appassionarsi a costruire esperienze di legami faticosi insieme ai pazienti. Si è mai fatta una verifica tra le numerose conferenze di formazione che le Usl fanno e la ricaduta sui “gruppi di lavoro”?».

L’altro anello debole sono le famiglie…

«Non ci sono più le famiglie di una volta, che riuscivano a sollevare il peso di un paziente mentale. Oggi le famiglie sono sempre più sfaldate e così la società».

E le famiglie di un malato psichico soffrono ancora di più.

«Stare con un paziente psichiatrico grave è faticosissimo, perché ti tocca sopportare il vuoto, l’aggressività, la violenza. Le famiglie hanno paura di rimanere sole, ma anche di aprire bocca, di parlare, perché temono di non essere capite, di incontrare pre-giudizi e anche di subire ricatti. Hanno tante sofferenze da dire, ma non sanno a chi rivolgersi. E lo stesso vale per gli stessi operatori».

Le cronache ci parlano spesso di casi drammatici…«Un anno fa un padre di famiglia si è rivolto a me, perché aveva un figlio che stava molto male e gli telefonava di continuo minacciandolo di morte. Questo padre, disperatissimo, su mio consiglio si è rivolto ai servizi, però non ha trovato risposta. Gli dicevano: “Passerà; tanto non succede niente…”. La storia si è trascinata così per un anno, finché dopo tante peripezie e sofferenze, è riuscito a farlo ricoverare. So di una mamma che da anni, tutti i fine settimana si deve sobbarcare il rientro da una struttura intermedia di un figlio con seri problemi di aggressività senza che i servizi sappiano inventare risposte diverse».Cosa si può fare, concretamente, per aiutare le famiglie dei malati?«Si possono fare dei servizi mirati al sostegno delle famiglie, ma realmente, con una cultura di approccio completamente diversa. Quanti psichiatri ci sono a fare le statistiche, i diagrammi, i numeri, a cercare di risparmiare? E quanti invece a fare visite domiciliari, a condividere lo stato di sofferenza del paziente mentale durante la giornata? Ho scritto un libro “Lavorare con il paziente psichiatrico grave” . Quel “con” è fondamentale. Quando parlo di compassione, parlo di “stare con”, di stare a fianco del paziente, trasformare la situazione di disperazione in una speranza».Alcune famiglie, che magari riescono a farsi carico di un malato mentale, hanno anche la preoccupazione per quello che succederà un domani, quando loro non ci saranno più… «È importante che i servizi rendano autonomo il paziente, curando le parti malate, ma anche rendendolo capace di gestirsi una vita dignitosa. Il problema – come le dicevo – è “lavorare con”, a fianco del paziente. Proprio perché le famiglie sono disgregate, impoverite, disperate, scoraggiate e i familiari possono anche morire, proprio per questo è necessario che gli operatori compiano lo sforzo culturale di andare incontro, muoversi a compassione, nel senso più bello del termine. “Lavorare con” significa lavorare sul campo e non solo in ambulatorio. Con una visita domiciliare di due o tre ore, oltre a sostenere la famiglia, si può trasformare il paziente molto più facilmente».Mi sembra di capire che il vero problema sia l’approccio troppo «burocratico» del sistema sanitario.«Oggi manca il rischio del coraggio, quell’operare creativo, che è stato anche alla base della legge Basaglia. Il cancro di oggi è il sistema aziendalistico, che incide molto sul comportamento degli operatori. È basato sulla burocrazia, sul controllo, sui conti, sui diagrammi, sulle statistiche… Ma chi va incontro al paziente, magari andando anche oltre le norme?».Accennava alla legge Basaglia. Si parla da tempo di riformarla…«La legge 180 è una norma di alto livello morale. Il problema è che viene applicata male. È nata da una forte creatività, oltre che dall’impegno di Basaglia, però man mano si è svuotata. Non solo per carenza di risorse finanziarie, ma di quelle umane. Il contesto sociale non favorisce l’applicazione di questa legge. Quindi è inutile farne un’altra o correggere questa, se rimane il vuoto dell’impegno operativo, umano e sociale».Sempre a proposito della legge 180, c’è chi ritiene inefficace il «Tso», il trattamento sanitario obbligatorio.«Se il paziente è seguito dai servizi, e se c’è un’equipe attrezzata personalmente e culturalmente, non si dovrebbe mai arrivare a quel punto. Il problema sono i pazienti non seguiti. Ma anche qui ci vorrebbe personale scelto… Il personale dovrebbe lavorare molto nel motivare il paziente alla cura, a seguire i servizi. Poi c’è un altro problema. Le strutture richiedono stabilità. Se si cambiano gli operatori ogni sei mesi, perché le norme lo permettono, chi ci rimette sono il paziente e i familiari. Paradossalmente le persone più stabili… sono i pazienti; gli operatori ogni sei mesi o un anno cambiano. L’operatore addestrato dovrebbe poter seguire il paziente almeno per cinque anni. Così si eviterebbero anche tanti Tso».Si discute anche sull’uso dei farmaci. Secondo la sua esperienza quale ruolo hanno nella cura della malattia mentale?«Le concause della malattia mentale sono principalmente tre: biologica – cioè genetica –, il vissuto del paziente nei primi due o tre anni di vita, e l’ambiente, cioè il contesto sociale. I farmaci hanno la loro importanza, solo che non vanno assolutizzati: sono utili solo se c’è una risposta alle altre componenti, una risposta della cultura dell’accoglienza. Ho toccato con mano che il farmaco funziona parzialmente o del tutto, solo insieme ad altri fattori, come quello psicoterapeutico, quello comunitario. L’abuso invece poi porta alla lungodegenza e alla cronicità».Dalla malattia mentale, anche grave, si può guarire davvero?«Se per guarigione si intende ritrovare la speranza di vivere, migliore qualità di vita, le statistiche ci dicono che laddove i servizi funzionano le guarigioni sono ad un livello elevato».La testimonianza:Lasciato solo con due malati. Le famiglie nonc e la fanno piùdi Gaetano Risicatoparroco di S. Vincenzo a Torri (FirenzeHo 49 anni e da circa 40 anni mio fratello soffre di un disturbo psicotico, che ultimamente si è aggravato. Quindi quasi tutta la mia vita è coinvolta in questa triste realtà. Sei anni fa ho preso in carico una mia biscugina anch’essa con dei problemi: perlomeno ora non fa più ricoveri ed è un po’ migliorata. Quindi ho due malati psichici in casa, ho tre piccole parrocchie da seguire e sono solo.Per esperienza so cosa vuol dire essere accanto ad una persona psicotica, tormentata dai deliri e crisi varie, senza un minimo aiuto da parte del servizio, medicine a parte.Nel 1995 mi sentii male e fui ricoverato all’ospedale per 22 giorni. Chiamai il servizio psichiatrico di Scandicci informando che lasciavo un malato in casa solo: mi fu risposto che se avesse chiesto aiuto avrebbero fatto qualcosa… Mi chiedo, come fa uno psicotico ad essere sempre consapevole di aver bisogno di aiuto? Ovviamente in quei 22 giorni non si vide nessuno. Nei 16 anni che sono nella zona di Scandicci avrò chiesto aiuto quattro o cinque volte… non è mai venuto nessuno! Quando mio fratello era in una delle sue crisi aggressive, in fondo mi è andata bene, perché da giovane ho imparato qualche tecnica di difesa personale… ma quei genitori, a volte anziani, come fanno a gestire una crisi da soli? Come evitare i tentati suicidi? Cosa fa il servizio psichiatrico sul territorio? Cosa si fa per i non-collaboranti e non solo per quelli che accettano di essere aiutati? Spesso sono abbandonati alla famiglia o peggio abbandonati a se stessi! Lo sapete che a Firenze le «Ronde della Carità», che vanno alla stazione a dare da mangiare ai «barboni», trovano anche questi malati? Tra le tante persone che chiedono l’elemosina di chiesa in chiesa, ci sono anche questi malati.Si dice che mancano le risorse, i finanziamenti per attuare le leggi, perché le leggi ci sono. Non si riesce mai a capire di chi è la responsabilità, è tutto un ping pong per scaricare responsabilità ad altri.Ora si dice che c’è la recessione economica, forse è vero, il Governo taglia le spese per la sanità, il Ministro della sanità Storace ha detto il contrario, chi ha ragione? Non lo so, qualcuno dice le bugie. Non la voglio buttare sul politico, a me interessano i fatti. Prima non c’era la recessione, c’era il Governo di centro-sinistra, avete visto i miracoli? No, mi dispiace non lo posso dire. Sinceramente il fatto che mancano risorse non me la bevo più. Un esempio, e qui faccio un nome: quando mio fratello era seguito a Pontassieve dal dott. Zeloni, le cose funzionavano discretamente, andato via lui, stesse risorse, stessi operatori, le cose peggiorarono subito… Quindi dipende anche dalle persone: dirigenti e politici. Bisogna promuovere persone fortemente motivate e competenti. Se una persona lavora bene in quel settore rimanga, altrimenti faccia un’altra cosa.1978-2006, sono 28 anni che si soffre! Non ci potete dire, chicchessia, «coraggio che fra altri 25 anni faremo qualcosa in più». I malati soffrono e le famiglie scoppiano!La riflessione: A scuola di chi soffreSono i malati mentali l’oggetto del Messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale del Malato dell’11 febbraio, che ha come sede principale di riferimento la città di Adelaide in Australia. La Chiesa, afferma il Papa, intende inchinarsi con particolare sollecitudine sui sofferenti, in special modo sui malati di mente, che ormai sono un quinto dell’umanità e costituiscono una vera e propria emergenza socio-sanitaria. Da parte sua, la Conferenza Episcopale Italiana, con un Messaggio che porta il titolo «Alla scuola, del malato», invita la comunità ecclesiale e la società civile del nostro Paese a mettersi in attento, fraterno e umile ascolto dei sofferenti. Dalla cattedra del suo dolore il malato, affermano i vescovi italiani, può essere un buon insegnante. Siamo abituati a guardare al malato come ad un soggetto passivo, al quale fare visita, prestare servizi e cure. Egli, invece, se frequentato e ascoltato con amore e attenzione, può diventare un soggetto attivo principe, in grado di donare ai sani più di quello che riceve, di restituire più di quello che chiede. Questo vale in rapporto ai familiari e agli amici, ai medici e agli infermieri, alla comunità ecclesiale e alla società civile.Il malato chiede che la professione sanitaria abbia, all’interno di un servizio non irretito dalla burocrazia, un’anima e un cuore; che le ragioni dell’economia e della riorganizzazione sanitaria non prevalgano sull’intangibile centralità della persona; che la comunità cristiana, in particolare, sia luogo che educa alla cura della salute e sia più attenta al mondo della sofferenza e della malattia come terreno privilegiato del Vangelo, rinnovando la pastorale sanitaria nel suo aspetto di evangelizzazione per soddisfare le nuove esigenze di dialogo, di accompagnamento umano, di spiritualità matura.Queste istanze e proposizioni hanno pervaso la 55ª Assemblea generale della Cei svoltasi ad Assisi nello scorso mese di novembre, durante la quale l’Episcopato italiano ha riflettuto, al livello più alto e con grande sensibilità umana e pastorale, anche sui nuovi scenari socio-culturali, legislativi e organizzativi della sanità, sulle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana, sull’assistenza spirituale ai malati negli ospedali e nelle famiglie, sulla conseguente azione pastorale richiesta nel mondo della salute nel contesto attuale. I vescovi italiani hanno auspicato che il federalismo introdotto nel nostro Paese sia animato, per quanto riguarda la sanità, da principi di universalità ed equità di prestazioni, di corretta integrazione tra pubblico e privato, di sussidiarietà e solidarietà, affinché si affermi un sistema di sicurezza sociale attraverso il quale si produca buona salute e si garantisca il diritto alla salute per tutti, ma con il quale ci si prenda cura soprattutto di coloro che hanno veri e prioritari bisogni di salute.Renato GhilardiIncaricato regionale per la pastorale della sanità della Conferenza episcopale toscanaLegge 180, il disagio inascoltatoMessaggio di Benedetto XVI per la Giornata del malato 2006GIORNATA DEL MALATO: DECRETO PER LE «SPECIALI INDULGENZE»