Toscana
Aziende in crisi: l’agonia del «modello toscano»
È questa la radiografia impietosa del «modello toscano» e delle tante imprese che si trovano a fare i conti con una situazione di crisi economica che non è congiunturale. come molti speravano o credevano, ma strutturale. Da Firenze ad Arezzo, da Siena a Massa Carrara, e così per tutte le province toscane, sono molte le realtà costrette a districarsi tra i conti che non tornano e un futuro sempre più incerto. Qualcuna ha già chiuso, altre provano ancora a salvarsi facendo ricorso agli ammortizzatori sociali, la cassa integrazione ordinaria o straordinaria, la mobilità che per molti lavoratori apre la strada alla disoccupazione. Varie le motivazioni della crisi, molte sono riconducibili alle difficoltà di mercato, altre imprese riorganizzano, qualcuna delocalizza, altre ancora sono fallite.
La crisi toscana, analizzata su dati reali, non freddi numeri statistici, complessivamente e provincia per provincia, è stata presentata da Luciano Silvestri, segretario generale della Cgil Toscana. Tabelle fitte di dati e nomi, aziende note o meno conosciute, qualcuna con centinaia di dipendenti, altre con una decina di occupati o poco più. Molte le categorie interessate. chimici, edili, tessili, elettrici, agroindustria, metalmeccanici. Dietro i dati, è questo il particolare più drammatico, ci sono donne e uomini, che vedono un futuro di lavoro sempre più incerto.
«Dati attesi, ma non per questo meno drammatici osserva Luciano Silvestri . Sono il frutto di una produzione industriale che cala da ben 17 trimestri e di una Toscana ferma ormai da quattro anni». Il quadro, provincia per provincia, è quanto mai eloquente. A partire da Firenze con 248 aziende in difficoltà, molte del settore moda. A Prato resta pesante la situazione dell’intero comparto tessile, con migliaia di posti a rischio. Non accenna a risolversi a Pisa la crisi del comparto calzaturiero. Non è migliore la situazione a Massa Carrara e a Lucca dove la crisi del calzaturiero ha fatto sentire il suo peso A Pistoia sono 28 le aziende in crisi, 40 a Siena, 6 a Livorno e 5 a Grosseto.
Preoccupano anche i dati del lavoro nero. Negli ultimi cinque anni l’lnps ha ispezionato 28 mila 500 ditte, riscontrando irregolarità nel 75% di esse, 36.669 lavoratori non risultavano registrati e 2.390 aziende erano del tutto sconosciute. Secondo Silvestri 160 mila lavoratori sarebbero impiegati a nero, una situazione intollerabile che causa un’evasione previdenziale div 800 mila euro. Come uscire dalla crisi? Si può ripartire, secondo la Cgil Toscana, ma la politica e i governi regionale e locali non devono perdere più tempo: lo sviluppo ha bisogno di infrastrutture e servizi, sullo stato delle quali la critica è forte. Tra poco con l’alta velocità, occorrerà meno tempo per andare da Firenze a Bologna che a Prato. È necessario quindi garantire spostamenti rapidi a uomini e merci.
«Occorre avere servizi efficienti osserva Silvestri penso a tutto quello che si muove in Italia intorno alla gestione di acqua, gas e rifiuti. Fioccano le aggregazioni e le fusioni, in questi giorni è nato il quarto gruppo italiano nella gestione dell’acqua con la fusione delle aziende di Torino e Genova, in Emilia opera una multiutility da 11 mila addetti e in Toscana i sindaci litigano per la gestione dei rifiuti. I comuni e il governo regionale non perdano altro tempo perché questo modello è destinato a morire, facendo pagare prezzi ulteriori a imprese e cittadini. Alle precondizioni deve fa seguito la condizione principale. Le imprese toscane tornino a investire in innovazione di prodotto e di processo. Gli imprenditori toscani non ci provano, chiudono».