Toscana
La glaciazione dell’economia Toscana, indici tutti sotto zero
È vero che i prodotti toscani sono fortemente dipendenti dall’estero, ma il mercato italiano è per molti versi ancor più importante: è di quasi 30 mila milioni di euro il valore dei beni e servizi toscani venduti in Italia, contro i quasi 20 mila milioni esportati all’estero. Di conseguenza il calo dei consumi nazionali pesa negativamente per alcuni settori importanti uno su tutti il settore moda spiegando le maggiori difficoltà della Toscana. Da non trascurare poi la crescente concorrenza dei prodotti asiatici, specie per alcune produzioni che sono prerogativa delle aziende toscane, e l’aumento del prezzo del petrolio, due fattori che hanno frenato le possibilità di espansione dell’economia regionale. L’industria manifatturiera è sempre più in difficoltà. A questa nel 2005 si affianca anche la metalmeccanica, finora uno dei settori più dinamici.
Tengono solo in parte le costruzioni, pur rallentando la crescita, e il terziario, alle prese tuttavia con la stagnante domanda dei consumi e il calo della domanda di servizi da parte delle imprese. Della difficile situazione dell’economia regionale fa le spese l’occupazione. Solo il terziario e in parte le costruzioni continua ad alimentare una domanda di lavoro, appena in grado di compensare le cadute occupazionali dell’industria manifatturiera e dell’agricoltura. Nel complesso, l’Irpet stima di appena 2 mila unità l’aumento dei posti di lavoro nel 2005. L’eventuale ripresina è rinviata al 2006, ma sarà debole: intorno allo 0,7%. Dovrebbe andare meglio nel 2007 con un 1,5%, al disotto dell’1,8 per cento che è stato la media degli ultimi 25 anni.
Frenano le speranze Casini Benvenuti e Petretto: «Corriamo il rischio di non poter riavere il benessere al quale ci siamo abituati». Declino o lunga fase di stagnazione? Addio al «piccolo è bello», come sembrano pensare alcuni politici? Domande che aleggiano da quando l’economia regionale ha cominciato a segnare il passo. Non ne è convinto l’Irpet che osserva come molte piccole e medie imprese si siano adeguate ai cambiamenti, rivelando uno spirito imprenditoriale ancora diffuso.
È il caso di domandarsi, sottolinea il rapporto, se altrettanto è avvenuto in altri pezzi (settori o territori) del sistema economico toscano e nazionale. Uno dei problemi sollevati dall’Irpet riguarda il ruolo del terziario che pesa più del 71% in termini di valore aggiunto. Pensare che i problemi dell’economia toscana stiano tutti i quel 27 per cento di sistema produttivo rappresentato dall’industria (il restante 2% è rappresentato dall’agricoltura), soggiunge, sembra una semplificazione eccessiva. Resta il fatto, rileva ancora il rapporto, che tra i settori che più di ogni altro hanno goduto di favorevoli andamenti dei prezzi figurano assicurazioni, attività professionali, bar e ristoranti, oltre a molti comparti della pubblica amministrazione. Un comportamento che accomuna tutte le regioni italiane, facendo supporre che si sia di fronte a un problema che ha molte responsabilità sulla competitività dell’intero sistema economico nazionale. Una ragione in più, secondo l’Irpet, per sostenere che non esiste un «caso Toscana» e tanto meno uno specifico «caso distretti», come molti sembrano sostenere, ma che esista invece un «caso competitività» che riguarda l’intero sistema economico nazionale.
Mentre il Censis parla di una significativa ripresa economica e sociale nel nostro paese, l’Irpet, nel consueto rapporto di fine anno, conferma l’esistenza di un caso Toscana». In Toscana «sul fronte dell’occupazione aggiunge Antichi il terziario e in parte le costruzioni continuano ad alimentare domanda di lavoro ma sono tuttavia appena in grado di compensare le cadute occupazionali dell’industria manifatturiera e dell’agricoltura».
«Tante, forse ormai troppe volte ci è capitato di affermare che il presidente della Regione Claudio Martini ha raccontato ai Toscani una favola alla quale in troppi hanno creduto aggiunge Antichi . Ma ormai è chiaro che stiamo scontando gli effetti delle carenze strutturali di carattere locale, davanti alle quali si è voluto chiudere gli occhi, e soprattutto delle scelte di politica economica sbagliate o non fatte al momento opportuno da parte della Regione». «Nel tentativo di azzardare una risposta conclude Antichi il presidente Martini, evidentemente a corto di idee originali e spiazzato dal rapporto dell’Irpet, afferma che occorre recuperare dinamismo attraverso sburocratizzazione e investimenti, cioé quelle misure che l’opposizione aveva inutilmente richiesto fin dalla discussione sul Dpef 2006».
Per Martini «nella nostra regione, per esempio, si sente il peso delle rendite, non solo imprenditoriali, ma anche politiche e istituzionali. Bisogna essere più veloci, con la sburocratizzazione, o sulle grandi questioni infrastrutturali, sul piano energetico e sui temi della natalità e della demografia». Infine, commentando il fatto che la crescita regionale è al di sotto della media nazionale «non mi sembra fondato parlare di un caso Toscana ha detto Martini su certi indicatori bisognerebbe capire il posizionamento della nostra regione anche in un quadro europeo».
«È paradossale prosegue Banti che in una regione in cui l’artigianato e la piccola impresa contano oltre il 98% delle imprese si avverta pesantemente l’assenza di politiche organiche mirate allo sviluppo proprio dell’imprenditoria minore». A questo scopo, da anni Confartgianato ha proposto e concordato con la regione un testo unico sull’artigianato, una proposta di legge che innovi la tradizione, tuteli la specificità dell’artigianato e nello stesso tempo agevoli la crescita dimensionale dell’impresa artigiana. Purtroppo però l’approvazione, promessa e aspettata da tempo, sembra essere stata dimenticata. «Il fatto è che mancano strumenti attendibili di monitoraggio preventivo e successivo dei risultati, mentre permangono alti i costi della burocrazia».