Toscana
Compagnia delle Opere, 10 anni di presenza
Compagnia delle Opere in Toscana, dieci anni dopo la nascita. Carrai, cosa siete e qual è il vostro scopo ideale?
«Compagnia delle Opere è un’associazione di imprese che svolge la propria attività sia in Italia che all’estero e rappresenta un unicum nel panorama dell’associazionismo civile: infatti, non è né una società per azioni, né una holding, né una realtà collaterale a partiti politici. È, per dirla con una frase che ha segnato la sua storia, un criterio ideale, un’amicizia operativa: una compagnia di persone appassionate della realtà che, nelle circostanze quotidiane della vita, costruiscono e operano nella società perché riconoscono la positività della realtà stessa e che c’è un ideale per cui vale la pena di vivere. Allo stesso modo, dialoghiamo e collaboriamo anche con le altre associazioni a partire dalla realizzazione di progetti comuni».
In termini qualitativi e quantitativi, cosa eravate nel 1995 e cosa siete adesso?
«A livello nazionale (www.cdo.it ), oggi aderiscono alla CdO circa 30 mila imprese, di cui 400 in Toscana, e più di 1000 organizzazioni non profit che coinvolgono a vario titolo oltre 500 mila persone, tra addetti delle imprese e operatori del terzo settore. La maggioranza delle imprese associate sono piccole e medie aziende che esercitano la loro attività in tutti gli ambiti della vita economica del paese. La CdO è presente su tutto il territorio italiano con 39 sedi locali oltre a 13 sedi all’estero e numerose sedi di rappresentanze nel mondo».
Chi può associarsi alla CdO, quali sono i vostri campi di intervento e quali i servizi che offrite?
«Si può associare qualsiasi azienda o ditta individuale o libero professionista: da questo punto di vista non siamo un’associazione di categoria che rappresenta un unico settore e questo è anche la nostra forza perché sviluppiamo un network di associati rappresentativi di tutti i settori economici italiani. Per associarsi occorre farne richiesta e pagare una quota annuale stabilita che permette di poter usufruire di tutti i servizi: attualmente la quota è di 300,00 euro, ed è fissa per qualsiasi tipo di impresa. I servizi offerti si possono raggruppare in due grandi settori, che esprimono bene il nostro significato di sostegno all’impresa e quindi all’imprenditore: associativi (convenzioni, finanza, formazione, innovazione e internazionalizzazione) e culturali-educativi (scuola di sussidiarietà, incrocio domanda e offerta lavoro e Federazione dell’impresa sociale). Per quanto riguarda l’impresa sociale, nella nostra sede è significativa l’esperienza delle scuole libere, avendo tra i nostri soci realtà di dimensioni regionali, oppure esperienze come il Banco Alimentare e l’Avsi, in cui riconosciamo non solo un incredibile sostegno concreto ai bisogni delle persone ma anche la grande possibilità di educare le persone alla carità, dimensione indispensabile per vivere, a maggior ragione per chi vuole fare impresa e costruire opere».
Qual è il vostro rapporto con la politica e quale quello con il mondo cattolico da cui comunque provenite?
«Non posso che rifarmi a quanto Don Giussani esprimeva nel suo famoso intervento di Assago del 1987: La politica, in quanto forma più compiuta di cultura, non può che trattenere come preoccupazione fondamentale l’uomo. Così la politica deve decidere se favorire la società esclusivamente come strumento, manipolazione di uno Stato e del suo potere, oppure favorire uno Stato che sia veramente laico, cioè al servizio della vita sociale secondo il concetto tomistico di bene comune. Questo è ciò che ci muove nel nostro rapporto con la politica e con i politici (a qualsiasi partito appartengano, di matrice cattolica e non), consapevoli che è un cammino tutt’altro che facile, ma duro come del resto il cammino di ogni verità nella vita».
Ma anche all’interno dello stesso mondo cattolico c’è chi vi considera degli affaristi…
«Intanto vorrei chiarire che se per affaristi si intende fare affari allora lo siamo in quanto, essendo la CdO fatta da imprenditori che costruiscono imprese, all’interno della nostra associazione è ovvio che si fanno affari; ma questo non mi sembra negativo ma molto positivo. Fare affari, per un’impresa, è come la benzina per la macchina, perché le permette di arrivare a un obiettivo, arrivare alla meta di un percorso prefissato. Ma credo che la domanda usasse il termine affaristi nella sua accezione negativa, cioè quando si fanno affari staccati dallo scopo originale che ci ha mosso. Da questo punto di vista non siamo immuni dai limiti di tutti, quindi essere della CdO non garantisce una moralità a priori: per questo siamo insieme, per aiutarci e sostenerci a non perdere l’ideale per cui uno ha iniziato la sua impresa, per riscoprire sempre quel desiderio di bene e di vero che ci ha mosso all’inizio. Non mi pare poco, anzi è qualcosa di grande che potremmo ricondurre alla parola educazione, che vale per tutti e per tutta la vita».
È anche vero che la CdO toscana non è quella lombarda. Che efficacia reale avete in una regione come la nostra?
«Va ricordato anzitutto che la CdO non nasce mai da una strategia, ma da una vita, da un singolo io che si mette insieme ad altri mosso da un ideale. Per questo non è un modello da esportare ma piuttosto una valorizzazione di ciò che c’è sul singolo territorio. Da questo punto di vista la realtà della CdO in Toscana riflette il tessuto imprenditoriale che storicamente abbiamo nella nostra regione, tipicamente fatto di piccole e piccolissime imprese e soprattutto sviluppato nei servizi. Tuttavia, l’orizzonte non è quantitativo ma va visto dal punto di vista dell’efficacia, e per questo mi sento di dire che, rispetto alle classiche forme di associazionismo imprenditoriale, la nostra è una associazione giovane ed in costante crescita, dove tutto il valore aggiunto sta in un reale rapporto con l’associato e nella condivisione del suo bisogno di fare impresa. Chi si associa lo fa per una reale efficacia che avverte per sé e per la sua impresa: ci sono imprese che si associano perché risparmiano utilizzando la nostra convenzione bancaria ed altre magari perché riconoscono nelle nostre battaglie un aiuto concreto per lo sviluppo del bene comune nel nostro Paese».