Toscana

A rischio gli olivi toscani per una norma europea

di Ennio CicaliSopravvissuti al gelo e alla grandine, gli olivi toscani rischiano ora di essere decimati. La minaccia non viene dalle intemperie, ma da una norma europea adottata dal governo italiano per la riforma a medio termine della politica agricola comunitaria europea e l’organizzazione comune di mercato. Alla base di tutto è il «disaccoppiamento»: se prima i contributi dell’Unione Europea erano erogati in base al tipo di coltura praticata, con l’entrata in vigore della riforma, l’impresa agricola percepirà un unico importo di riferimento e non singoli premi per tipologia di prodotto coltivato. In concreto, il contributo era finora erogato in base alla quantità di olio prodotto, se un olivo si seccava o si cambiava destinazione la trasformazione doveva essere comunicata. Ora si può spiantare o impiantare qualsiasi coltivazione. Il rischio è quello di vedere scomparire gli olivi toscani, quelli centenari ma anche i più giovani, sostituiti da orzo, mais, grano o girasoli. Il rischio è quello di una diminuzione della coltivazione dell’olivo, con impatti negativi socio economici, perché si allarga la forbice tra aziende forti e quelle più deboli, oltre che ambientale e paesaggistico. Le zone che corrono un rischio maggiore sono quelle più disagiate, specie nell’Italia centrale, dove i costi di produzione sono maggiori anche a causa di una difficile formazione idrogeologica del terreno.

A lanciare l’allarme è l’Ota (Olivicoltori toscani associati) che attualmente associa 23 mila 420 aziende olivicole toscane. «Esistono timori concreti – afferma Giampiero Cresti, direttore dell’Ota – per la riduzione della manodopera e per le attività correlate alla filiera, come le operazioni di frangitura e di confezionamento. La nostra risposta deve puntare sempre più sulla commercializzazione del prodotto senza abbandonare, però, la strada intrapresa nel segno di una produzione di qualità. Dobbiamo riuscire a fornire ai produttori tutti gli strumenti e i servizi necessari, capaci di dissuaderli di abbandonare una coltura, quella dell’olio, che in Toscana più che in altre zone d’Italia è radicata nella storia, nelle tradizioni e nella cultura del territorio».

Che il rischio sia concreto, rileva Paolo De Carolis, presidente del Consorzio nazionale degli olivicoltori, lo dimostra la richiesta di deroga per la Calabria. «Se il problema esiste – si chiede De Carolis – perché si affronta solo per Calabria?».

Si fanno, intanto, le prime stime sulla produzione toscana di olio extravergine d’oliva 2005 che dovrebbe essere più bassa del 40 per cento, anche se ci sono zone dove la produzione è andata meglio, come nel pisano e in lucchesia. Stima prematura, perchè il raccolto delle olive è ancora in corso, previsione che vede concordi tutte le associazioni di olivicoltori. L’Ota prevede una produzione pari a 175 quintali d’olio, contro i 260 mila raccolti nel 2004.

Meno olio e più caro? Per ora nessuno si sbilancia sui nuovi prezzi. «Avremo di sicuro un olio extra-vergine di qualità molto buona – precisa Cresti – certo esiste il rischio dell’aumento del prezzo, alla raccolta c’è sempre un’impennata, ma poi i prezzi si stabilizzano sul mercato nazionale. Lo scorso anno il prezzo era di 8-9 euro alla vendita diretta in azienda, all’ingrosso di 6-7, ma a luglio l’olio toscano ha toccato la punta minima di 3,50 euro il chilo».

Si annunciano intanto le feste e le sagre per l’assaggio dell’olio nuovo. Lucca ha annunciato un fitto calendario, dall’11 al 27 novembre, con l’apertura di frantoi e aziende olivicole, ville e palazzi con mostre e arredi antichi. In programma anche convegni e laboratori del gusto, mentre alle terme di Bagni di Lucca si faranno massaggi speciali con oli di oliva aromatizzati delle fattorie lucchesi.