Toscana

Economia toscana, recessione vicina

di Ennio CicaliSoffre l’economia toscana. Nel 2004 è cresciuta solo dello 0,9 per cento, inferiore alla media nazionale (+1,2%), un risultato peggiore si era avuto solo nel 1983. Una crescita modesta ed effimera, dovuta soprattutto alle difficoltà delle famiglie che non consumano, alla flessione degli investimenti pubblici e privati. Non andrà meglio nel 2005 perché le previsioni sono ancora negative con una crescita del Pil (l’indice della ricchezza prodotta) compreso tra lo zero e le 0,7; Pil che dal 2001 al 2005 è rimasto fermo, delineando una situazione che non si era mai verificata dal dopoguerra. Praticamente siamo alla recessione.

Un fulmine ciel sereno perché era convinzione comune di uscire dalla crisi e che il 2004 fosse l’anno della ripresa, dicono Alessandro Petretto e Stefano Casini Benvenuti dell’Irpet, che hanno illustrato il Rapporto sulla situazione economica della Toscana, presentato dall’Irpet (l’istituto regionale per la programmazione) e da Unioncamere. Delude la «fotografia» dell’economia regionale che esce dal Rapporto. Un disagio che la Toscana condivide con la maggior parte delle regioni del centro nord, tanto che prima di parlare di un «caso Toscana» si è di fronte a un «caso Italia».

Le famiglie toscane non sembrano propense a spendere, nonostante l’aumento seppur modesto del reddito disponibile (+1,5%). Una delle spiegazioni è da ricercare nell’incertezza che domina l’economia nazionale e quindi alla mancanza di fiducia nel futuro. I consumi privati sono cresciuti poco e spesso si sono indirizzati verso l’acquisto di beni – mezzi di trasporto e telefonini – per i quali più alta è la dipendenza dall’estero, attivando quindi importazioni anziché la produzione nazionale. Gli investimenti sono aumentati solo nelle costruzioni, mentre le aziende non hanno investito in macchinari. Un fatto preoccupante perché se non si rinnovano le attrezzature non si fa innovazione e si perde in competitività.

Un dato positivo è venuto dalle esportazioni che sono tornate a crescere (+3,1% in quantità) favorite dall’eccezionale andamento del commercio mondiale. Le vendite all’estero sono aumentate soprattutto nei settori a più alta tecnologia, mentre sono rimaste ferme quelle della moda. Segnali negativi anche dal turismo estero, in aumento nel resto d’Italia. In calo anche i turisti italiani; la Toscana sembra perdere in competitività rispetto al resto d’Italia, unica eccezione le città d’arte.

Note positive vengono da qualche settore come l’elettronica, parte della metalmeccanica, le costruzioni, la nautica e, soprattutto, l’agricoltura – cui si deve quasi la metà della crescita del Pil toscano nel 2004 – con un’annata eccezionale per la quantità prodotta (+20%) ma un po’ meno per i prezzi.

La produzione industriale, che nel 2004 dava segnali di ripresa, è calata repentinamente nei primi mesi di quest’anno. Resta grave la situazione dell’artigianato e più in generale della micro-impresa manifatturiera. Non sono andati bene moda, tessile, calzature, oreficeria, marmo. Crescita bassa anche nel terziario per la quantità dei servizi prodotti; nel commercio sono aumentate le quantità vendute, ma gli acquirenti hanno preferito i prodotti a basso costo, incidendo negativamente sulla remunerazione delle imprese.

Cresce poco l’occupazione, quasi 9 mila unità in più, di cui solo 4000 lavoratori toscani, con un aumento di 6 mila unità nel numero dei disoccupati, riportando l’indicatore sopra il 5 per cento. È una situazione difficile ma non senza rimedio dice Claudio Martini, presidente della Regione: «Si tratta di lavorare tutti insieme e la parola d’ordine è investire, investire e investire per il futuro». Investire per innovare, sembra questa la ricetta per uscire dalla crisi. Ne sono convinti tutti: Casini Benvenuti e Petretto dell’Irpet, ma anche Pierfrancesco Pacini, presidente dell’Unioncamere che raccomanda di «ritrovare lo slancio creativo, non demonizzare euro e Cina». Mancano sei mesi alla fine del 2005, ancora una volta le «salamandre toscane» potrebbero uscire dal fuoco della crisi meno malconce del temuto. È già successo, anche se questa volta non sarà facile.