Toscana

A Migliarino c’è chi si scalda con il granturco

di Andrea BernardiniIl freddo è tornato pungente. Specie in aperta campagna. E a chi vive in fabbricati rurali la domanda sorge spontanea: meglio dissipare stipendi nelle tradizionali forme di riscaldamento o coprirsi con molti strati di vestiti, rischiando comunque l’influenza? Una domanda che si deve essere posto per diversi anni anche Guirec Chevallier Chantiepie, francese, 52 anni, una moglie e quattro figli, da cinque lustri nella tenuta Duchi Salviati a Migliarino (Pisa), un’azienda agricola di 95 ettari destinati alla produzione di barbabietole, granturco, soia e pomodori industriali. E soprattutto, un fabbricato di 400 metri quadri da riscaldare.

La soluzione? Galeotto, un anno fa, l’incontro con un’impresa artigianale del nord Italia, la Alpi di Poggio Rusco (Mantova) : «Vuoi scaldare il tuo fabbricato servendoti dei prodotti della tua terra? Fai bruciare il tuo granturco» gli disse Giorgio Monesi, eclettico esperto di caldaie. Fu lui a fornirgli la caldaia.

«Così passai dal gpl alla combustione di mais, che rispetto a quel carburante ha un potere calorico più o meno uguale». Risultato? «Sono passato da settemila euro di spesa per l’acquisto di gpl a un mancato incasso di un migliaio di euro». Sì, perché il granturco prodotto in azienda – nella caldaia ne vanno 100 quintali nelle due stagioni fredde, praticamente niente per un’azienda che ne fa 5000 a stagione – costa esattamente sei volte meno del gpl, quattro volte meno del gasolio e la metà del metano.

«Ma la mia è stata anche una scelta ecologica – dice l’agricoltore di origine francese – perché adesso nella mia caldaia brucio un carburante rinnovabile (il granturco si semina a maggio e si raccoglie adesso) ed emette la stessa anidride carbonica che è stata catturata dalle piante nell’anno precedente».

Adesso Guirec Chevalier è un entusiasta promoter di questa soluzione. L’azienda–madre, si fa per dire, ne ha smerciati circa centocinquanta in Italia. Dice l’ideatore Giorgio Monesi: «Non solo granturco si può bruciare in queste caldaie. Ma anche gusci di mandorle, di nocciole, noccolini di ciliegie, pinoli, sansa. Insomma, tutti i combustibili granulari». Un apposito congegno regola l’emissione della materia prima, un altro garantisce la fornitura di pellets per mantenere viva la fiamma quando la caldaia si ferma. E le poche ceneri utilizzate potranno venire impiegate come fertilizzanti. Plaude all’iniziativa Claudio Bovo, direttore della Coldiretti di Pisa: «Ecco un bell’esempio di energia alternativa, dove tutto si ricicla e niente si disperde».Una soluzione, oltretutto, a prova… di inflazione: sì, perché il granturco costa più o meno la stessa cifra di venti anni fa. E a chi fa notare a Guirec Chevalier come con quel granturco si sarebbe potuto sfamare i poveri senza cibo, lui risponde serafico: «Tranquilli, questo non serve a fare la polenta, al più avrebbe potuto sfamare… dei polli».