Toscana
Adozioni internazionali, ancora troppi ostacoli
Settecento famiglie toscane hanno ricevuto l’autorizzazione all’ingresso di bambini nel nostro paese. Tutto questo da quanto è entrata in vigore la nuova legge sulle adozioni internazionali. Non solo. In quasi 4 anni la Toscana ha rappresentato circa il 9% del totale nazionale con 466 arrivi dall’Europa (soprattutto dai paesi dell’Est), 123 dall’America, 77 dall’Asia e 35 dall’Africa. Ma c’è un problema. La maggioranza delle famiglie idonee non riesce ad arrivare all’adozione.
E allora che fare? La legge n.184, che ha recepito la convenzione dell’Aja e messo ordine nel settore delle adozioni internazionali, adesso deve essere perfezionata con l’identificazione dei nuovi modelli di supporto ai genitori, costituiti da «organismi non profit» od «agenzie di servizio». Di questo si è parlato la scorsa settimana all’auditorium del Consiglio regionale della Toscana nel convegno «Adozioni internazionali ed impegno sociale», per iniziare a delineare meglio il ruolo dei volontari, le potenzialità e la natura non profit degli enti autorizzati.
Un confronto tra politica, organizzazioni del volontariato, esperti ed accademici, promosso dall’Associazione Cifa Onlus creata 24 anni fa da alcune famiglie adottive, leader di settore con 547 adozioni riuscite e presente in 14 paesi esteri e dal Consiglio regionale, dove ha portato anche la sua esperienza personale di genitore adottivo il Sindaco di Firenze Leonardo Domenici. Sono intervenuti anche il presidente del Consiglio regionale Riccardo Nencini, il capogruppo toscano dell’Udc Marco Carraresi, il vice-presidente della Giunta regionale Angelo Passaleva. Secondo la ricerca condotta da Cifa Onlus la legge 184 ha calmierato e reso trasparenti le spese. Per tutte le pratiche, i viaggi e l’assistenza, un’adozione internazionale costa attorno ai 15.000 Euro (varia con la lontananza del paese in cui essa avviene). Una cifra che è abbattuta di circa il 20% (ma può raggiungere anche un 50%) dagli Enti autorizzati che si sono strutturati sull’apporto del volontariato. La rilevazione viene dai risultati di un questionario a cui hanno risposto 13 Enti (circa il 20% del totale).
Tutti evidenziano una forte componente di lavoro volontario (in un rapporto di 65% a 35% con i dipendenti a titolo oneroso). I maggiori problemi evidenziati, dagli operatori del settore, sono la discontinuità dell’impegno dei volontari e la loro disponibilità in orari/giorni difficilmente conciliabili con le pratiche adottive.
Per il presidente Nencini occorre rendere compatibile la normativa con la realtà dell’associazionismo non profit ed è utile uscire dal convegno con qualche proposta. «Ancora la maggioranza delle famiglie idonee all’adozione non conclude l’iter ha sottolineato il consigliere Carraresi e per questo serve facilitare le procedure e strutturare meglio l’organizzazione degli Enti autorizzati.
È al bambino abbandonato che occorre dare una famiglia e non viceversa. Perciò, serve una riforma della riforma per dare più forza al volontariato e più famiglie ai bambini che non ne hanno». Il sindaco di Firenze Domenici ha raccontato la sua storia di genitore adottivo, sottolineando l’importanza della fase preparatoria. «Lungo tutto il percorso dell’adozione ha detto è predominante il problema della sfera psicologica e per sostenere i coniugi che hanno preso questa decisione serve un organismo che abbia un’esperienza vissuta, altre persone che hanno già fatto la medesima strada e che adesso si dedicano al volontariato».
Ma ciò non è sufficiente, in quanto nell’iter subentrano anche difficili questioni burocratiche ed organizzative che richiedono relazioni e professionalità adeguate per la loro soluzione. Ancora più avanti è andata Maria Teresa Vinci, coordinatore della Commissione per le adozioni internazionali, che ha auspicato un’evoluzione delle associazioni del volontariato verso il concetto di imprese sociali.
«Il ruolo del volontariato ha dichiarato il presidente di Cifa Onlus, Gianfranco Arnoletti per i suoi contenuti umani deve essere salvaguardato a garanzia dell’eticità delle adozioni. I 20 Enti autorizzati riuniti a Firenze rappresentano questo comune sentire e ciò è significativo per la corretta attuazione della legge».
Anche il vicepresidente della Regione Toscana ed assessore alle politiche sociali, Angelo Passaleva, è intervenuto ricordando che la strategia istituzionale prima deve puntare a rafforzare i diritti dell’infanzia aiutando le famiglie naturali, mentre l’adozione è l’ultimo atto del processo di tutela dei bambini. La Toscana, per questo, ha adottato uno specifico piano d’azione e sta pensando al testo di un protocollo di intesa con gli Enti autorizzati. «I diritti dei bambini ha detto sono stabiliti da una marea di carte internazionali, ma con la realtà c’è un abisso, soprattutto in tanti paesi del terzo mondo, dove la povertà tocca i due terzi delle persone».
È l’esperienza di Massimo e Sandra (li chiameremo così), giovane coppia 41 anni lui, 40 anni lei di un paese in provincia di Firenze. L’inizio della storia è comune a tutte le altre. E inizia dalla dura presa di coscienza della grave difficoltà a mettere alla luce un figlio in modo naturale. Allora il ricorso ai dottori, alle visite specialistiche e, «extrema ratio», alla fecondazione assistita. Di fallimento in fallimento la coppia si convince a scegliere la strada di un grande atto di amore. Accogliere nella propria vita bambino che non aspetta altro di trovare una famiglia tutta per sé. E così Massimo e Sandra, a fine 1999, iniziano l’iter per l’adozione internazionale. «Già scegliere l’associazione a cui rivolgersi è un problema. Quale sarà quella giusta?», racconta Massimo. «Noi l’abbiamo scelta così, senza nessuna raccomandazione di nessuno», continua Sandra. «E non sai quante volte ci siamo pentiti della scelta dell’associazione e poi del paese di provenienza del bambino».
Perché? «I tempi si allungavano continua Massimo e così ci sentivamo persi. All’inizio abbiamo scelto l’Ucraina. Poi il rapporto della nostra associazione con questo paese si è interrotto e siamo stati obbligati a cambiare. Quindi abbiamo scelto l’Ungheria. Ma anche qui ci sono stati problemi. Infine siamo arrivati alla Slovacchia». E intanto il tempo passava. Così siamo arrivati al febbraio di quest’anno. Quando è arrivata la chiamata: c’era l’abbinamento, ovvero un bambino era stato assegnato alla coppia. «È stato spiega Sandra un momento bellissimo. Siamo stati invitati nella sede dell’associazione per vedere un videotape del bambino. E subito abbiamo dato il via all’adozione».
Così preparando la camera del piccolo si arriva a fine agosto quanto Massimo e Sandra partono per la Slovacchia. «Là siamo stati accolti benissimo e, soprattutto, ci ha colpito l’istituto dove per la prima volta abbiamo visto il nostro bambio. Molti ci avevano descritto questi istituti in modo spaventoso. Questo invece era decoroso e gestito molto bene da persone giovani».
E così hanno accolto Gregory (non è il suo vero nome) nella loro vita. «Il rientro a casa è stato una festa per tutta la nostra famiglia», concludono Massimo e Sandra. E una festa anche per il frugoletto di due anni, estremamente vitale e desideroso di recuperare in fretta l’amore che finora è mancato.