Vita Chiesa

CARDINI: «Questo Papa mi piace»

di Franco CardiniNon voglio né posso mettermi al posto dello Spirito Santo: per cui, anche se non fossi soddisfatto del nuovo pontefice, mi rimetterei al Suo giudizio con fiducia.

Ciò premesso, debbo però aggiungere che questo nuovo Papa mi piace. Per quattro ragioni. È senza dubbio un continuatore della via tracciata da Giovanni Paolo II; è convinto che il dialogo con le altre religioni e con le culture diverse dalla cattolica sia necessario e doveroso, ma solo a patto di rafforzare l’identità cattolica e restarle fedeli; è un uomo di ampia e profonda cultura e di vasta esperienza ecclesiale e diplomatica; è un uomo mite ma anche forte ed energico. A queste doti se ne accompagna, dal mio punto di vista, un’altra: è nato in un paese che amo profondamente ed è un convinto sostenitore dell’unità d’Europa.

Qualcuno teme che Benedetto XVI sarà un Papa dottrinario e conservatore: e si ricorda il suo ruolo di Prefetto della Congregazione della Dottrina della fede, il suo contributo alla «Dominus Iesus», le sue solide posizioni espresse nel Nuovo Catechismo, la sua omelia contro il relativismo morale. Chi pensa in questo modo, trascura due fatti: primo, che solo dalla fermezza nasce l’autentica disponibilità a un confronto che non sia cedimento; secondo, che nella storia della Chiesa sono stati proprio i papi più rigorosi quelli che hanno segnato un’impronta più profonda sulla via della comprensione e della pace. E valga l’esempio, appunto, di Karol il Grande.

Si sono dette molte cose circa il nome che Joseph Ratzinger si è scelto. Qualcuno vi ha visto un segno di allontanamento rispetto a Giovanni Paolo II e a Paolo VI, cioè a quella «linea del Concilio» che papa Luciani aveva esplicitamente accettato di proseguire fondendo i due nomi dei predecessori e che Wojtyla aveva quasi «ereditato» rendendo omaggio a un pontefice il regno del quale era stato troppo breve.

In realtà, però, l’esperienza dei due grandi papi può considerarsi ormai metabolizzata nella vita della Chiesa: altri orizzonti si aprono, altre esigenze si rendono manifeste. E il nome di Benedetto – profondamente augurale – appare quanto mai opportuno. Se si volessero cogliere le ragioni di quella scelta, verrebbero spontanee alle labbra quattro parole-chiave: pace, Europa, cultura, evangelizzazione. Vediamo perché.

Credo fuor d’ogni dubbio che il Santo Padre, scegliendo il nome, abbia pensato immediatamente e naturalmente a due splendidi modelli: san Benedetto e Benedetto XV.Benedetto da Norcia non è a caso il patrono d’Europa. Nel VI secolo sconvolto dalla destrutturazione dell’impero romano d’Occidente, dall’inquietudine delle migrazioni dei nuovi popoli venuti dal nordest e dalle guerre, egli seppe ripensare profondamente l’esperienza monastica – che aveva già nella Chiesa una vita secolare – e renderla adatta alle esigenze spirituali e alle necessità materiali della Cristianità occidentale del suo tempo.

Qualcuno ha detto, impropriamente e tendenziosamente, che san Benedetto fu un «difensore dell’Europa contro i barbari». Grave malinteso. Il santo di Norcia e i suoi successori, i monaci del glorioso Ordine benedettino, promossero al contrario l’ingresso dei «barbari» nella Cristianità latina, e fu dall’ampliamento del raggio della conversione delle genti soprattutto germaniche (non lo ha certo dimenticato, il bavarese Ratzinger) che nacque l’Europa nel senso moderno del termine, quella che amiamo e che sognamo libera, davvero unita e di nuovo memore e cosciente di quelle radici cristiane che essa sembra oggi aver in parte dimenticato. Scegliere il nome di Benedetto significa ribadire le radici cristiane d’Europa.

Ma il nome d’Europa, associato alla pace, rinvia immediatamente a Benedetto XV. Giacomo Della Chiesa, si oppose con tutte le forze alla guerra del ’14-’18, che egli definì «inutile carneficina»; e, condannando con fermezza in una sua enciclica il nazionalismo, mostrò di aver compreso che quelle insane passioni ideologiche, quel tragico immenso conflitto, sarebbero stati la rovina d’Europa e del mondo.Non fu ascoltato. E dal disprezzo del suo magistero nacquero le conseguenze di quella guerra: il totalitarismo, il disordine nel Vicino Oriente, il seme di tutte le guerre future dal 1936 al 2003 (l’ultima, quella d’Iraq, dura ancora; e forse altre se ne preparano).

Benedetto XVI, memore forse (magari senza prenderlo troppo sul serio) che il suo nome criptico secondo la sequenza «profetica» – detta di Malachia – è De gloria olivae, aspira a riprendere il modello di Benedetto XV. Auguriamoci che possa portare alto quell’olivo che le cieche potenze europee non permisero al suo predecessore di poter cogliere.

Ma papa Ratzinger è uomo di grande cultura anche storica: dalla sua scelta onomastica trapela chiaro l’attento excursus che, nella sua scelta, egli ha percorso attraverso la storia della Chiesa e del papato. I pontefici di nome Benedetto si distinguono tutti per dottrina e per desiderio di pace.

Benedetto XI, il primo papa domenicano, fu scelto nel 1304 proprio perché aveva svolto negli anni precedenti un delicato lavoro diplomatico per pacificare il regno di Francia e quello d’Inghilterra: ci si augurava che, dopo il difficile pontificato di Bonifacio VIII, riuscisse a portar pace tra Francia e Santa Sede. Benedetto XII (1334-1342) fu illustre teologo; Benedetto XIII (1724-1730) fu attento studioso di san Tommaso d’Aquino; Benedetto XIV (1740-1750) riformò il rituale delle canonizzazioni.

Grandi pontefici, grandi modelli. L’accorta, accurata e ponderata scelta onomastica di Benedetto XVI ci prepara e ci dispone a quello che sarà un grande pontificato, in tutto degno dei precedenti. Che la «Gloria Olivae», la Gloria della Pace, sia con lui.