Dossier
Concorso «I giovani e l’amore»
E’ Stefania Tascini, 26 anni, di Campi Bisenzio (Fi), con «Sono giovane e voglio divertirmi», la vincitrice del nostro concorso letterario «I giovani e l’amore», promosso in occasione della XX Giornata mondiale della gioventù a Colonia. Riceverà in premio un abbonamento annuale a Toscanaoggi. Ecco il racconto che ha vinto e gli altri selezionati.
Anche se per Giulio si trattava della parte finale di una domenica trascorsa per la maggior parte del tempo a dormire, un’oretta a preparare l’esame di Diritto privato e poi a seguire il Motomondiale insieme al suo amico detto il Fippa, in realtà erano le tre di lunedì mattina e lui si trovava ancora abbarbicato sopra lo sgabello davanti al bancone dell’Irish pub, ripiegato in due dalla debolezza che incalzava in tutto il suo corpo. Augusto, lo aveva piantato lì, probabilmente perché aveva pensato che avrebbe concluso la serata con Dora, la ragazza che lavorava al bancone e che era la tipa che da due mesi a questa parte aveva iniziato a frequentare. Innamorato era una parola grossa. Ci aveva pensato e anche molto, ma tutto questo implicava una serie infinita di domande, che alla fine Giulio si sentiva come soffocare dalla pesantezza, dalla noia. Gli sembrò molto più semplice lasciar perdere tutte quelle questioni inesprimibili che ogni tanto sopraggiungevano ad annoiarlo. «Sono giovane e voglio divertirmi». Questa era la frase canonica che ripeteva solitamente quando raccontava al Fippa l’interessante relazione tra lui e Dora.
Ma Dora, quella sera, non lo aveva nemmeno considerato; finito il suo turno, l’aveva lasciato lì come un mammalucco e lui non aveva detto pio. Finalmente si rese conto che era giunta l’ora di tornare a casa. Si sentiva poco stabile, ma doveva incamminarsi Dove? Mah pensava, a casa E da che parte? Era sempre più perplesso. Fece mezzo metro di strada quando Bum! Cadde a terra. «Non ce la faccio».
«Giulio, ma tu ti devi realizzare nell’amore!!».
Ormai erano passati a dir poco una quindicina di giorni e questa frase continuava a rimbalzare quasi fosse una pallina pesante rumorosa e fastidiosa, fra i suoi pensieri. Insomma una paranoia indescrivibile.
Adesso si trovava in camera sua. Il ventilatore era acceso per il caldo insopportabile e le cicale fuori non la smettevano di gracchiare. Seduto alla scrivania, chino su qualche articolo del Codice Civile, si alzò. Era in mutande e si mise davanti allo specchio. Cominciò a osservarsi quasi non fosse la sua l’immagine che gli si proiettava davanti. Una figura statuaria e ben messa di ragazzo. Questo rifletteva lo specchio. E lui, di rimando, si lisciava gli zigomi e si guardava sospettoso mentre si era lasciato travolgere da quel vortice di questioni insolubili: Chi sono io? Voleva smettere ma non ci riusciva a scacciare questa domanda. Anzi a raffica e senza pietà riprese a rimbalzare con più violenza quella pallina che ormai non lasciava più tregua alla sua tranquillità. «Realizzarsi nell’amore. L’amore. È un assurdo. E poi cosa c’entra che fissazione che nausea, non ho ancora smaltito l’alcol». Ma intanto i pensieri continuavano a inondarlo. Iniziò a osservare dallo specchio, il paesaggio che la finestra gli permetteva di vedere, il suo paese, aveva sempre abitato lì. È una sensazione sgradevole camminare nei posti in cui hai sempre camminato e sapere di essere diventato un altro ma senza sapere bene, né chi, né come. Senza che ci fosse qualcosa che lo potesse coinvolgere coinvolgere davvero Era proprio questa la sensazione giusta? Non lo sapeva nemmeno lui.
Assorto in questi pensieri, diritto come un fuso davanti allo specchio, si senti chiamare.
«Giulio! Giulio!» Era sua madre.
«In soggiorno c’è don Fulvio il prete!. Ti sta aspettando». Continuò con aria un po’ stralunata e ironica: «Da quando in qua ti fai amico dei preti?»
Invece era vero. Si ritrovò di fronte un uomo sulla cinquantina, alto quanto lui. Portava il tao e il collarino bianco.
«Ciao Giulio! Ti senti meglio adesso?» Incalzò cordialmente l’uomo.
Rispose con un mezzo sorriso e una mezza smorfia, a distanza dalle scale.
«Avrei bisogno di una mano per un lavoretto che fa proprio al caso tuo!» Don Fulvio sorrise.
D’improvviso tutti quegli interrogativi pungenti in Giulio si fecero più dolci, anzi si lasciò andare al loro ritmo quasi gradevole. Sorrise anche lui a don Fulvio, un po’ in imbarazzo e si grattò la testa.
«Va bene», rispose timidamente. «Posso farle due o tre domande, mentre l’aiuto a fare quel lavoretto?
Il primo dei quattro amici non cominciò neanche a scalare le montagne che imponenti gli si ergevano davanti: era infatti convinto che il sentiero per arrivare in vetta sarebbe stato troppo faticoso e fonte di sofferenze, fisiche e mentali. Con queste motivazioni decise di lasciare le montagne.
Il secondo scalatore, invece, appena lasciatosi dai compagni, si incamminò a passo svelto lungo il percorso tracciato per scalare le montagne. Non fece in tempo ad arrivare sulla cima del primo monte, che già era in cammino verso la seconda. Per lui l’importante non era riuscire a raggiungere una vetta e godersi lo spettacolo, le emozioni che essa dava: lui voleva solo toccare tutte le vette. Finito il tour di tutti i picchi, si rese conto di non aver visto niente ma era fiero di poter dire di averli toccati tutti.
Il terzo di quei quattro amici, raggiunta la prima cima, capì che per lui quella era la più bella. Non sapeva come fossero le altre, ma senza vergogna riconosceva la sua impossibilità di scalarle: non poteva perchè o troppo alte, o troppo irte e non possedeva le capacità e la tecnica per raggiungerne le sommità. Di questo però era felice: quella sarebbe stata la sua montagna, la più bella ai suoi occhi.
Il quarto scalatore, infine, cominciò la scalata ma non arrivò mai in vetta: non ci riusciva! Prendeva sentieri ciechi, si ritrovava sui bordi di scarpate: tutte cose che non dipendevano da lui ma dalla sfortuna!La sua voglia di vedere la cima era però così tanta che non si perse d’animo: sapeva che prima o poi la Provvidenza avrebbe avuto la meglio sulla sua sfortuna.Dopo molti tentativi, infatti, arrivò sulla cima e si accorse di essere sulla cima più alta.La fatica era stata tanta ma non vana: la felicità e le sensazioni di quel momento l’avevano completamente cancellata”.
Lui che non era il ragazzo che avevo sempre sognato, quello per cui avrei fatto follie.
Non ho mai capito la malata diffidenza per il mondo virtuale e non lo faccio neanche ora, dopo che quel mondo virtuale ha ferito profondamente il mio mondo reale.
Uno sbaglio di numeri. Tutto cominciò da lì. La conoscenza, la confidenza, la presenza della mente con l’assenza del corpo. L’incontro. E finalmente il virtuale s’incrociò con il reale.
Luce lascialo stare, ti cerca solo quando non sa cosa fare. Le parole degli amici, quelli veri e quelli meno veri, accompagnavano le mie giornate e tormentavano le mie notti incessantemente.
Lorenzo in fondo non era davvero parte della mia vita. Aveva il suo mondo. Io il mio. Gli amici. Io i miei. La sua vita. Io la mia.
Ma c’era qualcosa che mi teneva stretta a lui con tutte le mie forze, qualcosa come una promessa fatta sull’altare della vita. Uno scambio di anelli tra me e l’amore. Uno scambio di sguardi tra me e la speranza.
Sì, potevo chiamarlo amore. Un amore che non si racconta in giro, che non può assimilarsi alla normalità, che non è realtà.
Volevo che lo fosse. Volevo che esistesse davvero. Volevo che vivesse, questo amore.
E lottai per tenerlo in vita. Lottai contro la distanza, km e km di ansie, di gelosie, di errori, di parole troncate da falsi e veri orgogli. Lottai contro la sua comodità di avere tutto e lì. Lottai contro il mio senso d’inferiorità nei confronti della sua migliore amica. Il suo nome sempre fra di noi. Ciò che lei era sempre fra di noi. La sua vita sempre fra la nostra.
Lottai. Mi aggrappai alle sue parole che rimasero tali, alla sua dolcezza nascosta chissà dove. Al suo amore, che nonostante tutto diceva di provare per me.
Mi fidai. E sbagliai.
La favola finì troppo presto quando forse non era neanche iniziata.
Luce te lo avevo detto.
Nuovamente le parole dei miei amici si attaccarono alla mente come un’edera, mi strapparono i pensieri riconducendomi al reale.
Un vecchio proverbio diceva: fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e io me lo ripetevo sempre ogni volta che mi sentivo dire qualcosa.
Mi lasciai alle spalle quella storia e tutto ciò che la teneva in vita artificialmente.
Luce era per Lorenzo come una ballerina del carillon. Ogni volta che voleva, ogni volta che era solo, ogni volta che sentiva di voler esserci, premeva un tasto e la danza cominciava su un display di un cellulare.
Un giorno si presentò alla porta dell’uomo un esperto designer che si offrì di aiutarlo nell’arredamento del locale. L’uomo comprò, per prima cosa, un letto con un soffice materasso, una varietà di coperte colorate ed un enorme cuscino di piume d’oca sul quale poggiare, delicatamente, il capo. Sistemarono il frigorifero, la vasca dell’idromassaggio e, nell’angolo dove si trovava la finestra, vi apposero un armadio, in fondo la finestra poteva essere “sacrificata” per fare spazio a quell’imponente armadio, ad ante scorrevoli, fatto di legno di noce, lucidato con cera d’api. Egli acquistò numerosi soprammobili, specchi e quadri.
La stanza era piena di scatole nelle quali si trovavano gli oggetti che attendevano di essere sistemati ed ordinati. L’uomo, dopo aver pagato il designer, si chiuse nella stanza per terminare i lavori, era talmente indaffarato e preso che non si rese conto di aver fatto scivolare la chiave dalla tasca. Nessuno più andava a trovarlo, le scatole impedivano il passaggio, la porta era chiusa a chiave e la chiave, ormai, era persa.
L’uomo visse apparentemente felice, finché un giorno Dio, che lo amava profondamente, chiamo a sé i suoi figli, ai quali consegnò un’altra chiave. Essi aprirono la porta e lo videro lì, al centro del suo piccolo mondo, impolverato ed invecchiato come gli altri oggetti, intrappolato dalle scatole. Furono costretti a svuotare la s tanza per entrare, più essa veniva liberata e più riaffioravano i profumi. Furono staccati quadri, spostati il letto, il frigorifero, la vasca ed, infine, l’imponete armadio. Un raggio di sole filtrò e l’uomo si rese conto di aver vissuto al buio, per anni. Oltre la finestra vide il mondo, le colline, il cielo. Vide i bambini che si stringevano alle mamme. Vide l’amore e poi, tutto d’un tratto vide Dio, e capì.
Attualmente ci si preoccupa più di come siamo fuori, rispetto a come siamo nel nostro intimo pochi hanno il coraggio di remare contro corrente, ma è stupendo quando ci si riesce, perché credo che il fulcro dell’uomo stia proprio nel suo cuore, che batte e reca in sé gli stessi sentimenti che furono di Gesù (essendo fatto a sua immagine e somiglianza).
E’ proprio Cristo che ci insegna come amare, quando agisce così: fissatolo lo amò. Mi sono spesso chiesta che cosa significhi questo ed ho trovato una risposta, forse banale, ma vera: Gesù guardava il cuore delle persone e sapeva leggervi dentro. Proviamoci anche noi: la nostra esistenza diventerà più ricca e piena di significato; poi affronteremo anche le cose più dure della vita (lutti, malattie o avversità) con il sorriso sulle labbra ed il nostro carico sarà più leggero, perché lo divideremo con Cristo.
Forse è solo un sogno o un’utopia magari sono pazza a crederlo, ma penso che, se viviamo una vita autentica, il più cristallina possibile, se non abbiamo paura di mostrare agli altri quello che ci portiamo dentro, saremo capaci di leggere anche la loro interiorità e di aprirci, per una crescita reciproca. Ecco che intorno a noi scopriremo un mare d’amore (così grande come mai avremmo pensato) ed anche i nostri deserti interiori fioriranno.