Toscana
Cooperazione, samaritani toscani sulle strade del mondo
Professor Toschi, la Toscana è all’avanguardia nella cooperazione. Da dove nasce questa vitalità?
«Da almeno 50 anni la Toscana ha sempre pensato in grande, ha sempre pensato che il futuro del mondo passava da qui. Penso a due persone, anche diverse, come Giorgio La Pira e Tiziano Terzani. L’altro grande tema molto presente è quello della pace: la Toscana ha avuto una filiera di grandi figure che hanno seminato ben oltre le loro intenzioni».
Questa è l’eredità. Ma ci sono anche sottolineature nuove?
«La novità è il vedere la cooperazione come strumento di pace. E poi c’è un ulteriore elemento su cui cominciamo a riflettere: nel tempo in cui la guerra domina la politica e ostacola anche la cooperazione, come sta avvenendo in Afghanistan, cosa significa fare cooperazione? Deve raccogliere non solamente la sfida del guarire i bambini o del dar loro da mangiare, che pure è necessario, ma avere un valore aggiunto nella spinta alla riconciliazione. Le grandi parole politiche oggi sono perdono e riconciliazione».
Facciamo qualche esempio.
«Il progetto Save the children, per curare negli ospedali israeliani bambini palestinesi, non è solo un bellissimo progetto con il quale siamo arrivati a curare 700 bambini, ma ha un un valore aggiunto che si misura sul fatto che lì la guerra è diventata strutturale, è entrata non solo nella carne delle persone, ma anche nelle loro teste. E non è che non ti schieri, lo fai senza mettere al primo posto la politica israeliana o quella palestinese, leggendo il conflitto dal punto di vista di chi lo patisce di più e aiutando chi patisce di più anche a capire le ragioni dell’altro, e viceversa. Questa è la vera sfida».
Dunque i bambini al primo posto…
«Intervenire sui bambini non perché siamo buoni, ma perché loro sono la misura suprema di ogni azione politica. Il tema della pace e della guerra lo si deve affrontare partendo dalle vittime e i bambini sono le vittime più vittime della guerra e della povertà. E oggi dobbiamo fare quei progetti che sono necessari in un tempo di guerra. Progetti ad alto tasso di riconciliazione e di perdono. Il resto non serve».
In fondo, però, l’importante è alleviare le sofferenze di chi soffre…
«Attenzione, non è vero che qualunque cosa si faccia in questo campo va sempre bene. Spesso è il nostro umanitarismo compassionevole che ha bisogno di trovare sfogo ed è un cattivo consigliere. Questa non è l’intelligenza dei tempi a cui i nostri grandi ci hanno chiamato. Dovessi puntare tutto lo farei sull’Africa e sul Medio Oriente, perché la pace passa di lì».
C’è piena collaborazione tra istituzioni, realtà cattoliche e realtà laiche?
«Trovo un’assoluta collaborazione.I problemi che abbiamo di fronte sono talmente drammatici che queste distinzioni sono incomprensibili. L’obiettivo di tutti è misurarsi con i problemi di quei paesi, non con quelli che abbiamo noi qua».
Il consiglio regionale ha chiesto al governo di non tagliare i fondi per la cooperazione. Ma la Toscana dà il buon esempio? Quanto investe in cooperazione?
«Siamo intorno ai 10 milioni di euro, solo di apporto istituzionale senza contare quello che mettono tanti altri soggetti. Nel 2000 avevamo impegni per 3 milioni di euro. C’è stato un grosso spostamento di risorse».
Qual è il ruolo della Regione in questo campo?
«Da una parte ha iniziative proprie, ma queste sono una minoranza rispetto a quelle dei Comuni, delle Province, delle associazioni. Il compito è quello di essere un punto di coordinamento e di incontro attraverso anche strumenti che ci siamo dati e che sono cresciuti in questi quattro anni, i cosiddetti tavoli».
Spieghiamo meglio cosa sono questo tavoli.
«Nascono dall’idea di mettere insieme tutti coloro che in Toscana intervengono in una certa area del mondo, o in una determinata situazione per non fare due volte la stessa cosa e al tempo stesso per accrescere la possibilità di progetti integrati che mettano insieme più soggetti. Per fare qualche esempio abbiamo un tavolo Saharawi, che riguarda tutti coloro che in Toscana e sono tantissimi hanno preso a cuore le sorti di questo popolo, c’è un tavolo Medio Oriente e uno Mediterraneo…».
Quanti sono?
«Una decina, ma non è un numero stabilito per legge. Ci possono essere tavoli che chiudono perché magari non sono più necessari».
Come lavorano?
«Si ritrovano 5-6 volte l’anno, dipende dalla vitalità dei tavoli, e hanno come coordinatore o un sindaco o il presidente di una provincia. La Regione vi partecipa come gli altri soggetti e chiunque sia interessato vi può liberamente partecipare. Non hanno un potere decisionale, ma propositivo e di coordinamento non piccolo».
Il punto di riferimento tecnico qual è?
«L’Istituto Agronomico d’Oltremare ci fa da segreteria tecnica, ha un suo sito dove chiunque si può inserire. Sia la mappatura che questa segreteria tecnica ci permettono di fare coordinamento con grande libertà, senza che nessuno metta il cappello su nulla. Il nostro modello prevede la valorizzazione di tutto il territorio, le istituzioni, le associazioni. Da questo punto di vista la collaborazione con il mondo ecclesiale è un rapporto splendido di collaborazione a tutti i livelli».
E per quanto riguarda le zone di intervento cosa emerge
«Pensavamo che l’Africa fosse la grande dimenticata. Invece dalla mappatura emerge che è il continente con più soggetti coinvolti. Abbiamo fatto tutto uno sforzo per calibrare di più sull’Africa però se si guarda questa mappatura la Toscana aveva fatto già una scelta in quel senso, noi siamo arrivati dopo».
E questo nonostante le difficoltà a cooperare con le realtà africane…
«Creare rapporti istituzionali tra un comune toscano ed uno africano è oggettivamente complicato. Se invece voglio collegarmi con Gerusalemme questo è più semplice. Per fare un progetto con l’Africa devo andare là, trovare un interlocutore. Le loro istituzioni sono molto fragili».
«La cooperazione delle Chiese toscane con la Terra Santa ha radici molto antiche spiega monsignor Rodolfo Cetoloni, che ha questa particolare delega della Conferenza episcopale toscana , ma in questi ultimi decenni l’attenzione è aumentata per la difficile situazione in cui vivono le popolazioni e i frati francescani a cui è affidata la custodia». Una situazione che ha coinvolto le Chiese toscane in un impegno più diretto dal punto di vista della cooperazione. Non è facile fare una mappa, dato che le iniziative sono veramente tante. La stessa Conferenza episcopale toscana sostiene interventi su strutture a favore della popolazione di Betlemme (dove poco più di un mese fa è stata inaugurata la nuova scuola materna), ma anche la costruzione di appartamenti a Betfage o i gemmellaggi con città come Gerico o Taybeh, l’antica Efraim. Negli ultimi tempi sono state inoltre avviate iniziative di importazione e di vendita dei prodotti dell’artigianato palestinese coinvolgendo Comuni, Province e Unicoop.
Sistema informativo della Cooperazione decentrata toscana
Mostra tabella soggetti per province toscane
Mostra tabella soggetti per area geografica