Toscana

Dov’è la festa? Nessuno più lo sa

di Riccardo BigiSenza la domenica non possiamo vivere è la frase-icona che la Chiesa italiana ha scelto per il congresso eucaristico nazionale di Bari, che si apre questo sabato. Sono le parole pronunciata dai martiri di Abitene che, nel quarto secolo dopo Cristo, preferirono farsi uccidere piuttosto che rinunciare a celebrare l’Eucaristia. È una frase ancora attuale? Solo in parte, afferma don Giovanni Momigli, direttore dell’Ufficio per la pastorale sociale della Diocesi di Firenze e parroco di San Donnino, popolosa frazione alle porte di Firenze. «L’impressione – afferma – è che purtroppo la domenica sia percepita come sempre meno importante nella vita delle persone». Della domenica insomma oggi molti – anche tra i cristiani – farebbero tranquillamente a meno.

Nella sua parrocchia, don Momigli ha fatto realizzare un’indagine statistica sulla domenica, analoga a quella realizzata dal Censis alcuni mesi fa a livello nazionale; e se i risultati in gran parte combaciano, emergono anche alcune differenze che caratterizzano questo angolo di Toscana rispetto alla situazione italiana. Prima fra tutte, una maggiore indifferenza nei confronti della domenica.

L’85% degli italiani si dichiara soddisfatto di come vive il giorno festivo, mentre sul campione intervistato a San Donnino la percentuale scende al 59. La domenica risulta essere il giorno preferito solo per il 40% dei sandonninesi: il 21% preferisce il sabato. Ma soprattutto, sottolinea don Momigli, colpisce la quota molto alta, il 26%, di coloro che dicono di non avere giorni preferiti: «È il segno di un appiattimento, del fatto che la scansione del tempo diviene sempre più grigia. Il concetto di tempo libero sta prendendo il posto del concetto di festa. La differenza è sostanziale: la festa è per sua natura qualcosa di comunitario, un momento di gioia da vivere insieme agli altri. Il tempo libero invece è individuale, o al massimo familiare, e si può vivere in qualsiasi giorno della settimana». Non solo: quasi il 18% mette, tra i propri desideri su come vorrebbe trascorrere la domenica, quello di avere più tempo da dedicare a se stesso. Tra gli interessi che si vorrebbero incrementare anche il turismo, il divertimento, lo sport: più indietro le relazioni familiari e di amicizia, solo in fondo alla classifica la spiritualità.

L’aspetto sociologico della domenica influisce anche, secondo don Momigli, sull’aspetto religioso: «Per poter dare alla festa un significato cristiano – afferma – dobbiamo prima di tutto aiutare le persone a difendere, o a riscoprire, il senso della festa». Per questo è importante che le parrocchie favoriscano anche occasioni di incontro e di aggregazione: «per sottolineare la differenza della domenica rispetto agli altri giorni, per far nascere la voglia di stare insieme in maniera gioiosa. Non possiamo lamentarci se le persone vanno ai centri commerciali, o passano le ore davanti alla tv, se non offriamo loro valide alternative».

La seconda parte dell’indagine realizzata a San Donnino riguarda la partecipazione alla Messa domenicale. Anche qui, emergono differenze rispetto al dato nazionale: il 37% si dichiara «cattolico praticante» (contro il 57% nazionale) e il 31% «cattolico non praticante» (contro il 28% a livello italiano); il 4% appartiene ad altre religioni mentre il 28% si dichiara ateo o indifferente, un valore notevolmente più alto rispetto a quello nazionale. Curioso il fatto che anche tra coloro che si dichiarano cattolici praticanti, il 67% partecipa alla celebrazione eucaristica tutte le domeniche, il 16% partecipa «frequentemente»: ma c’è anche un 16% che si dichiara cattolico praticante pur partecipando alla Messa saltuariamente. Segno, probabilmente, che la frequenza alla liturgia domenicale non viene sentita da tutti come elemento centrale e fondante dell’essere cristiano.

La principale motivazione che spinge ad andare alla Messa è, per molti, il senso del dovere: quasi il 38% dei cattolici praticanti intervistati lo mette al primo posto. Molto alta però anche la percentuale di coloro che vengono alla Messa per vivere il giorno del Signore (27%), per avere qualche minuto per riflettere (10,8%) o per sentirsi in pace con se stessi (19%). Chi partecipa alla Messa lo fa «da sempre» (89,2%) ma c’è anche qualcuno che ha iniziato dopo un’esperienza religiosa significativa (5,4%) oppure, in percentuali minori, dopo il matrimonio o dopo vicende personali particolarmente toccanti (un lutto, una malattia…). Da notare il fatto che, tra gli adolescenti, la percentuale di coloro che dicono di andare alla Messa per dovere scende addirittura a zero: «Tra i ragazzi – commenta don Momigli – il senso della Messa domenicale come precetto è venuto meno, per questo è importante offrire loro nuove motivazioni». Una curiosità: chi va in chiesa facilmente parla della Messa in famiglia, quasi mai invece ne parla sul luogo di lavoro.

Interessante anche sapere i motivi per cui le persone scelgono di non andare alla Messa: soltanto di 7,9% dice di aver perso la fede, gli altri indicano in gran parte motivazioni piuttosto superficiali: perché preferiscono riposarsi stando in casa, perché in chiesa si annoiano e non si sentono coinvolti, perché preferiscono pregare da soli, perché non hanno rapporti di amicizia con le persone della zona. Il momento dell’«abbandono», per molti, avviene dopo la Cresima o comunque intorno tra i 17 e i 20 anni: ma una percentuale ancora più alta (16%) dice di aver smesso dopo il fidanzamento o il matrimonio, e non sono pochi (9%) quelli che interrompono la partecipazione alla Messa domenicale a seguito di vicende personali che li hanno profondamente toccati.

«Questi dati – afferma don Momigli – dimostrano la necessità di formare una fede più matura e consapevole». Una sfida che riguarda i parroci, ma anche i laici: «Tutti i cristiani devono rendere ragione del loro vivere la domenica come giorno di festa. Per questo però bisogna che sentano la Messa domenicale non come un dovere, ma come una necessità, qualcosa che è importante per loro, qualcosa che dà senso al giorno di festa». Fare in modo, insomma, che tutti possano dire «senza la domenica non possiamo vivere».

Quei martiri di Abitene morti per aver celebrato la domenicadi Elena GiannarelliSi chiamavano Saturnino, Felice, Emerito, Ilarione, Dativo, Ampelio, Rogato, Vincenzo, Restituta, Margherita, Ercolina… In tutto erano quarantanove: le donne erano diciannove. Costituivano la comunità dei cristiani di Abitina (o Abitene) in Africa proconsolare, l’odierna Tunisia. Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano, feroce persecutore, aveva proibito ai seguaci di Cristo di riunirsi e celebrare i loro riti della domenica. Il vescovo Fundano, per salvare il suo gregge, aveva addirittura consegnato alle autorità locali i libri sacri.

I fedeli tuttavia non si dettero per vinti e seguirono il prete Saturno ed altri coraggiosi che continuarono a riunirsi in case private per la celebrazione del giorno del Signore. Come era da aspettarsi, una domenica furono sorpresi durante la loro preghiera, mentre si preparavano per l’eucarestia, e furono portati dai magistrati. Confessarono subito il loro credo e come colpevoli per aver disatteso gli ordini imperiali furono inviati dal proconsole Anulino a Cartagine.

Fra loro c’erano preti e lettori, decurioni e vergini, semplici fedeli e figli di sacerdoti, giovani ed anziani. Era il 12 febbraio quando subirono l’interrogatorio e le risposte da parte di tutti furono pressoché identiche a quella di Emerito: «Noi siamo cristiani – dicevano – e non possiamo vivere senza celebrare la festa del Signore, la domenica».

Alcuni furono torturati, ma nessuno abiurò. Fra loro spicca il caso di Vittoria, una nobile fanciulla cartaginese, che aveva abbandonato la sua casa per rifiutarsi alle nozze, dato che aveva fatto voto di verginità, e si era rifugiata ad Abitina con Seconda e Restituta. Arrivò il fratello, durante il processo, per cercare di convincerla a ritrattare la sua orgogliosa testimonianza di fede, ma la ragazza gli tenne testa. «Io ho la mia convinzione e non l’ho mai cambiata, ho preso parte alla riunione coi fratelli ed ho celebrato il giorno del Signore perché sono cristiana», disse con grande calma e sicurezza.

Alla fine degli interrogatori i prigionieri furono riportati in carcere. Non si sa quale sia stata la loro sorte nella più antica versione degli Atti: probabilmente morirono in carcere, chi prima chi dopo, per fame e per le torture subite. Comunque sia, il loro esempio rimase a lungo vivo nella memoria della Chiesa e perfino Sant’Agostino ne parla con grande rispetto.

Questa è la storia dei «Martiri della domenica», morti per affermare l’importanza e la centralità di quel giorno del Signore che deve essere dedicato al culto, all’eucarestia ed al riconoscimento della propria appartenenza alla comunità ecclesiale.

A Bari il XXIV congresso eucaristico nazionale

Il sito ufficiale del Congresso eucaristico

La Domenica degli italiani – La ricerca del Censis (formato .pdf – 356 kb)

Ricerca sulla domenica a San Donnino (formato .doc 27 kb)