Toscana

Economia, la Toscana si barcamena

di Ennio CicaliI toscani sono ricchi o poveri? Una domanda non da poco, specie se si tiene conto degli «scricchiolii» degli ultimi tempi: crisi dei consumi delle famiglie, ridotti investimenti specie nella ricerca, rischio del calo dell’occupazione, la minaccia rappresentata dalla crescente sfida del commercio internazionali. Segnali contradditori con le statistiche attuali, ma di cui è bene tenere conto. Tuttavia, se guardiamo ad alcune classifiche, potremmo stare tranquilli: il reddito medio disponibile nel 2003 dei residenti in Toscana è stato di 41 mila 976 euro, più elevato di quello nazionale (euro 39.195) I livelli più alti in assoluto nelle province di Prato (47.187), Firenze (44.815), Siena (44.139), Pistoia (43.692) e Arezzo (44.039) che rappresentano le prime cinque province toscane per livello di benessere familiare. Tra le province meno ricche Pisa, Lucca, Grosseto, Livorno e Massa Carrara. Gli incrementi di reddito più alti, legati all’aumento del numero dei componenti delle famiglie, si registrano per i residenti a Prato, Livorno, Firenze e Pisa. Sono alcuni dei dati del rapporto presentato da Unioncamere Toscana in occasione della giornata dell’economia, su dati elaborati dalle Camere di commercio provinciali. Per la prima volta è riportata una fotografia del reddito dei diversi tipi di famiglie (dai single ai nuclei più numerosi).Buona anche la dotazione infrastrutturale delle province toscane con un indice di strutture culturali e ricreative particolarmente elevato. Al primo posto è Firenze, seguita da Pisa e Lucca. Una forte presenza di strutture per l’istruzione si ha nelle tre province sedi di poli universitari (Pisa in testa, seguita da Firenze e Siena), mentre primeggiano per dotazione di strutture sanitarie Pisa, Firenze, Pistoia e Lucca.

I dati – inediti – sul valore manifatturiero mettono in luce la produttività delle nostre imprese e in particolare il forte contributo delle piccole e medie imprese alla creazione di ricchezza. Quasi l’82% del lavoro aggiunto prodotto in Toscana proviene, infatti, dalle piccole e medie imprese, un dato nettamente superiore al valore nazionale: a Prato imprese realizzano in pratica tutto il valore aggiunto della provincia (99,5%), a Pistoia il 91,8, ad Arezzo l’84,7. In tutte le province si nota un forte peso delle piccole aziende (fino a 49 addetti) rispetto alle medie (50 – 249 addetti).

Il tasso di occupazione della popolazione toscana ha mantenuto nel 2004 un valore più elevato della media nazionale (63,2% contro il 57,4) e lo stesso si è verificato in tutte le province fatta eccezione per Massa Carrara. Più della metà delle donne in età da lavoro è occupata (52,9% contro il 45,2 nazionale). Siena, Firenze e Arezzo hanno i tassi di occupazione più alti della media regionale, per ultime si trovano Livorno e Massa Carrara, province in cui è occupata più della metà dei residenti in età da lavoro. Il risultato delle esportazioni toscane nel 2004 è stato migliore di quello nazionale con una crescita in valore del 6,93 rispetto al 2003, risultato che ha permesso di recuperare in parte le perdite accumulate negli anni precedenti. Il maggior contributo alla crescita è venuto da Firenze, seguita da Siena. Anche le province di Lucca e Grosseto, che avevano ben resistito al periodo di crisi del 2003, hanno consolidato le loro posizioni. Tra le province più colpite dalla crisi Pistoia, Prato e Arezzo, che mantengono comunque un segno positivo nell’andamento delle vendite all’estero.

L’andamento del commercio estero è fortemente differenziato in relazione al contenuto tecnologico dei beni commercializzati. Massa Carrara con il 62,8% è al primo posto delle esportazioni di prodotti specializzati e hig tech, seguono Siena (61,9), Lucca (41,3) e Firenze (35,7). Il commercio estero della Toscana è fortemente orientato all’industria di tipo tradizionale.

La struttura produttiva della regione, fotografata a fine 2004, mostra un incremento nel numero di imprese di circa 6 mila 600 unità, con segnali di recupero rispetto ai due anni precedenti. Firenze ha registrato 2 mila 156 imprese in più, seguita da Lucca (+804 imprese), Pisa (+780) e Arezzo (+538). Tuttavia, l’incidenza media delle imprese iscritte per la prima vota alle Camere di commercio si registra in metà delle province toscane: Massa Carrara (54,7%), Siena ( 54,2), Grosseto (53,3), Lucca (52,8) e Pisa (52).

Consumi e investimenti ancora in flessione. «Questo vuol dire che gli imprenditori e le famiglie non hanno soldi o manca la fiducia – spiega Stefano Casini Benvenuti dell’Irpet (l’istituto regionale di programmazione) –. Non basta che aumentino le esportazioni, occorre che cresca anche la domanda interna che rappresenta il 70 per cento della produzione regionale». Dopo qualche timido segnale di ripresa, negli ultimi mesi la produzione industriale e, ancor più quella del comparto artigiano, sembrano segnare di nuovo il passo, consolidando l’ipotesi di un’industria in profonda crisi strutturale.

Ma industria e artigianatosegnano il passoL’industria toscana è in crisi? Questo l’interrogativo della tavola rotonda indetta da Unioncamere Toscana e Irpet. Secondo la Confindustria nella situazione attuale si possono individuare anche elementi positivi di trasformazione, che fanno sperare in un superamento della crisi. Del tutto diversa la posizione della Cgil Toscana che esprime «il pessimismo della ragione» e invita a prendere consapevolezza della crisi esistente.

Il comparto dell’artigianato è senza dubbio quello che registra profonde difficoltà, come afferma CNA Toscana, che si definisce «inquieta», soprattutto in previsione dei valori di crescita del terziario non a valore aggiunto previsti negli scenari futuri.

Cosciente delle attuali difficoltà a livello produttivo, la Regione Toscana si propone di «recuperare» con politiche selettive, con investimenti mirati nei settori più dinamici.Unioncamere Toscana fa notare come nelle analisi fornite in realtà la crisi dell’industria è attribuita interamente a fattori endogeni, che pure esistono (bassa crescita della produttività, domanda stagnante), ma sicuramente una parte rilevante dipende da fattori esogeni, ed in particolare dal rapporto euro/dollaro ed euro/yuan che, se riportati su livelli di parità reale, consentirebbero una crescita più sostenuta.

A conclusione della discussione l’Irpet si chiede se sia possibile distinguere il settore terziario dal sistema produttivo industriale. Una distinzione fittizia in quanto la stessa industria chiede sinergie con il terziario per raggiungere i mercati, anche se non è da sottovalutare la posizione del cosiddetto terziario di «rendita».