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Euro, una scommessa persa per colpa degli eurocrati

Il futuro dell’Unione passa da Bruxelles, dove il 16 e 17 giugno è in programma un vertice europeo che si preannuncia difficile, quanto cruciale. I capi di stato e di governo dei «25» dovranno decidere la strategia per superare l’empasse dovuto al doppio «no» francese e olandese alla carta costituzionale e al congelamento del referendum inglese, deciso a ruota da Tony Blair. L’errore più grande sarebbe il far finta di nulla, il cercare di minimizzare la battuta d’arresto, scegliendo prospettive di basso profilo. La «falla» aperta dal voto francese e olandese potrebbe trasformarsi in un crollo, perché cresce la disaffezione della gente verso l’Unione e cresce anche il malcontento per la nuova moneta unica. Ne è la prova il dibattito che si è acceso in Italia sulla proposta del ministro leghista Maroni di tornare alla vecchia lira e magari agganciarla al dollaro. Proposta sulla quale sono caduti gli strali di tutte le forze politiche, compresa Rifondazione che pure non ha votato (assieme alla Lega) la ratifica del Trattato di Roma, ma che sembra invece convincere la gente comune, alle prese ogni giorno con la borsa della spesa.

di Claudio TurriniE’ tra i pochi che può dire: «io l’avevo detto». Giancarlo Galli, editorialista economico di «Avvenire», autore di inchieste e saggi come «Gli Agnelli» o «Finanza bianca. La Chiesa, i soldi e il potere», in un suo saggio del 2001 (edito da Mondadori) aveva definito l’euro «la grande scommessa». Una scommessa che adesso non esita a definire come «persa». Per questo non si scandalizza delle uscite leghiste sul ritorno alla lira e sulla necessità di sottoporre la nuova Carta europea al voto popolare. «Sono delle provocazioni che al di là della loro fattibilità – ci spiega – hanno il grande merito politico di obbligare gli italiani a discutere seriamente di Europa. Perché quello che è successo in Francia dovrebbe insegnarci qualcosa. Quando Chirac ha deciso di fare il referendum pensava di portare a casa un trionfo che gli avrebbe permesso un terzo mandato. Invece quando è andato a confrontarsi con i francesi ha subito una dura sconfitta».

Quindi sarebbe giusto votare sulla nuova Europa?

«Se non vai al referendum su temi come la Costituzione europea, su cosa ci dovresti andare? E perché non ci vai? Perché hai la coda di paglia, perché sai che non ci hai messo dentro i valori cristiani, perché solleveresti un dibattito sull’Europa liberale piuttosto che sull’Europa sociale… Hai paura di scatenare un dibattito in un sistema politico fatto di inciuci».

Però, a parte la Lega, nessuno sembra volerlo.

«È curioso che solo in questo paese tutti dicano: “evviva l’euro”. Parlar male dell’Europa è diventato come una volta parlar male di Garibaldi. Avranno il diritto i cittadini di discutere del loro destino e della loro costituzione?». Ma se non ci fosse stato lo scudo dell’euro cosa sarebbe successo all’Italia, con il suo debito e i suoi crack?«Quando ci fu il crack Parmalat il governatore Fazio disse che si trattava dello 0,5% del pil. Quindi una cifra grossa ma non decisiva. Io non credo che questi crack avrebbero inciso. Certo avrebbero messo l’Italia in una posizione delicata, perché avrebbe dovuto assumersi maggiori responsabilità. Ma se siamo in questa situazione nonostante il salvagente dell’euro vuol dire che abbiamo scaricato sull’Europa i nostri problemi».

Perché la «scommessa dell’euro», come lei l’ha chiamata, non è stata vinta?

«Inventare una moneta unica per un continente è un’impresa che definire storica è il minimo. Ma non è mai accaduto che l’unificazione monetaria anticipasse quella politica. Normalmente era un’unificazione condotta manu militari, come fece Cesare, o semi militare-ideologica, pensiamo a Carlo Magno o a Napoleone. Anche il dollaro nacque quando c’era già una struttura federale. In Europa viceversa si è messo il carro avanti ai buoi. Si doveva immediatamente porre mano all’unificazione politica. Viceversa questa si è allentata».

Ma si aspettava che dopo cinque anni la fiducia sull’euro, invece che aumentare, crollasse addirittura?

«Purtroppo i problemi si sono manifestati rapidamente a causa di una serie di errori. Prima di tutto lo stato maggiore che ha deciso l’euro ha scelto dei tassi di cambio – pensiamo a quello italiano, 1936,27 – che definire astruso è poco. Secondo, ogni cambio di moneta porta in sé l’inflazione, come è sempre successo. Terzo, è stato un errore imbottire la testa della gente che con l’euro sarebbe stata una cosa meravigliosa: certo se vai in Francia non devi più cambiare la valuta, ma di vantaggi reali non se ne sono avuti». Poi l’Italia c’ha messo del suo…

«Qui in Italia in particolare non abbiamo considerato che lo strumento monetario funziona come equilibratore a favore dei paesi più deboli, che attraverso la svalutazione monetaria possono di volta in volta riparare alla loro debolezza. Svaluti la tua moneta e riesci per un po’ ad essere competitivo. E noi che siamo stati per anni i “cinesi”, con il 30% di lavoro nero, dovevamo sapere che non avevamo imprese adeguate a competere».

C’è stata anche una responsabilità del governo?

«Le responabilità vanno equamente ripartite tra i governi di centro-sinistra che negli anni ’90 ci hanno venduto l’idea europea come la formula miracolosa, e il governo Berlusconi che non ha saputo, o non ha potuto, contrapporre misure di controllo dei prezzi».

In che senso non ha potuto?

«Misure di controllo dei prezzi non sono applicabili soprattutto in quei paesi dove le strutture di controllo sono deboli. Neanche in Portogallo o in Grecia c’è un’economia sommersa al 30% come in Italia. Non c’è nessun paese dove intere regioni, dalla Campania alla Sicilia, sono economicamente tenute in piedi da strutture sostanzialmente malavitose che controllano tutte le attività economiche. E da quanti anni si continuano a far condoni dicendo che sarà l’ultimo? Con che strumenti potevi controllare i prezzi senza cadere nelle “grida” manzoniane?».

E adesso cosa si può fare?

«Una prima mossa potrebbe essere quella di creare un ministro degli esteri europeo. Se aumenti la credibilità, aumenta anche quella della moneta. E poi la Banca centrale europea deve fare una politica monetaria, quale che sia non lo so, lo decida lei. Può fare l’euro forte, l’euro debole, l’euro per lo sviluppo (un euro che si svaluta), una politica infazionistica…».

Insomma, ritornare alla politica…

«I padri fondatori avevano pensato ad un’unificazione politica-sociale… ma le cose sono andate in modo diverso. Ad un certo punto si decise che fare il mercato comune europeo, cioè mettere davanti l’economia; la politica anziché anticipare avrebbe seguito. Ciascuno ha cominciato a vedere l’Europa come l’attaccapanni delle sue speranze, dei suoi problemi. Insomma è stata un’Europa degli interessi».

O dei burocrati…

«Non essendoci più dei politici di grande levatura, la palla è passata ai burocrati, che ogni giorno fanno leggi nuove. L’immagine è quella di un’Europa vessatoria e che nello stesso tempo non unifica. E che per sfuggire ai problemi ricorre alle fughe in avanti, come questi allargamenti continui, senza che ci sia stato il consolidamento del nocciolo».

È stato un errore l’allargamento a 25 paesi?

«Il principio non è sbagliato. È una classica tecnica aziendale. Quando abbiamo problemi di utili si dice: se aumentiamo il fatturato riusciamo a coprire le spese. Ma se aumenti il fatturato e anziché dei profitti fai delle perdite, perché tiri dentro delle situazioni di grande disagio, allora i vantaggi vanno a farsi benedire. Andava bene se prioritariamente o in parallelo ci fosse stata una fortissima coesione tra Germania, Francia, Spagna, Italia, Inghilterra…».

A questo punto è pensabile un’Europa a due velocità?

«Penso che sia inevitabile. Altrimenti avremo un’Europa a parecchie velocità. Se si rompe il treno ogni vagone va per la sua strada. Il tentativo degli eurocrati, alla Giscard d’Estaing, è quello di dire: “in fondo non è successo niente, andiamo avanti con quello che c’era”. E invece è gravissimo che la gente di Francia e Olanda, due paesi fondatori, abbia detto no. Si è capovolto tutto: si è passati dall’attesa e dalla speranza alla paura».

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