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Euro, una scommessa persa per colpa degli eurocrati
Il futuro dell’Unione passa da Bruxelles, dove il 16 e 17 giugno è in programma un vertice europeo che si preannuncia difficile, quanto cruciale. I capi di stato e di governo dei «25» dovranno decidere la strategia per superare l’empasse dovuto al doppio «no» francese e olandese alla carta costituzionale e al congelamento del referendum inglese, deciso a ruota da Tony Blair. L’errore più grande sarebbe il far finta di nulla, il cercare di minimizzare la battuta d’arresto, scegliendo prospettive di basso profilo. La «falla» aperta dal voto francese e olandese potrebbe trasformarsi in un crollo, perché cresce la disaffezione della gente verso l’Unione e cresce anche il malcontento per la nuova moneta unica. Ne è la prova il dibattito che si è acceso in Italia sulla proposta del ministro leghista Maroni di tornare alla vecchia lira e magari agganciarla al dollaro. Proposta sulla quale sono caduti gli strali di tutte le forze politiche, compresa Rifondazione che pure non ha votato (assieme alla Lega) la ratifica del Trattato di Roma, ma che sembra invece convincere la gente comune, alle prese ogni giorno con la borsa della spesa.
Quindi sarebbe giusto votare sulla nuova Europa?
«Se non vai al referendum su temi come la Costituzione europea, su cosa ci dovresti andare? E perché non ci vai? Perché hai la coda di paglia, perché sai che non ci hai messo dentro i valori cristiani, perché solleveresti un dibattito sull’Europa liberale piuttosto che sull’Europa sociale… Hai paura di scatenare un dibattito in un sistema politico fatto di inciuci».
Però, a parte la Lega, nessuno sembra volerlo.
Perché la «scommessa dell’euro», come lei l’ha chiamata, non è stata vinta?
«Inventare una moneta unica per un continente è un’impresa che definire storica è il minimo. Ma non è mai accaduto che l’unificazione monetaria anticipasse quella politica. Normalmente era un’unificazione condotta manu militari, come fece Cesare, o semi militare-ideologica, pensiamo a Carlo Magno o a Napoleone. Anche il dollaro nacque quando c’era già una struttura federale. In Europa viceversa si è messo il carro avanti ai buoi. Si doveva immediatamente porre mano all’unificazione politica. Viceversa questa si è allentata».
Ma si aspettava che dopo cinque anni la fiducia sull’euro, invece che aumentare, crollasse addirittura?
«Qui in Italia in particolare non abbiamo considerato che lo strumento monetario funziona come equilibratore a favore dei paesi più deboli, che attraverso la svalutazione monetaria possono di volta in volta riparare alla loro debolezza. Svaluti la tua moneta e riesci per un po’ ad essere competitivo. E noi che siamo stati per anni i cinesi, con il 30% di lavoro nero, dovevamo sapere che non avevamo imprese adeguate a competere».
C’è stata anche una responsabilità del governo?
«Le responabilità vanno equamente ripartite tra i governi di centro-sinistra che negli anni ’90 ci hanno venduto l’idea europea come la formula miracolosa, e il governo Berlusconi che non ha saputo, o non ha potuto, contrapporre misure di controllo dei prezzi».
In che senso non ha potuto?
«Misure di controllo dei prezzi non sono applicabili soprattutto in quei paesi dove le strutture di controllo sono deboli. Neanche in Portogallo o in Grecia c’è un’economia sommersa al 30% come in Italia. Non c’è nessun paese dove intere regioni, dalla Campania alla Sicilia, sono economicamente tenute in piedi da strutture sostanzialmente malavitose che controllano tutte le attività economiche. E da quanti anni si continuano a far condoni dicendo che sarà l’ultimo? Con che strumenti potevi controllare i prezzi senza cadere nelle grida manzoniane?».
E adesso cosa si può fare?
«Una prima mossa potrebbe essere quella di creare un ministro degli esteri europeo. Se aumenti la credibilità, aumenta anche quella della moneta. E poi la Banca centrale europea deve fare una politica monetaria, quale che sia non lo so, lo decida lei. Può fare l’euro forte, l’euro debole, l’euro per lo sviluppo (un euro che si svaluta), una politica infazionistica ».
Insomma, ritornare alla politica…
«I padri fondatori avevano pensato ad un’unificazione politica-sociale ma le cose sono andate in modo diverso. Ad un certo punto si decise che fare il mercato comune europeo, cioè mettere davanti l’economia; la politica anziché anticipare avrebbe seguito. Ciascuno ha cominciato a vedere l’Europa come l’attaccapanni delle sue speranze, dei suoi problemi. Insomma è stata un’Europa degli interessi».
O dei burocrati…
«Non essendoci più dei politici di grande levatura, la palla è passata ai burocrati, che ogni giorno fanno leggi nuove. L’immagine è quella di un’Europa vessatoria e che nello stesso tempo non unifica. E che per sfuggire ai problemi ricorre alle fughe in avanti, come questi allargamenti continui, senza che ci sia stato il consolidamento del nocciolo».
È stato un errore l’allargamento a 25 paesi?
«Il principio non è sbagliato. È una classica tecnica aziendale. Quando abbiamo problemi di utili si dice: se aumentiamo il fatturato riusciamo a coprire le spese. Ma se aumenti il fatturato e anziché dei profitti fai delle perdite, perché tiri dentro delle situazioni di grande disagio, allora i vantaggi vanno a farsi benedire. Andava bene se prioritariamente o in parallelo ci fosse stata una fortissima coesione tra Germania, Francia, Spagna, Italia, Inghilterra ».
A questo punto è pensabile un’Europa a due velocità?
«Penso che sia inevitabile. Altrimenti avremo un’Europa a parecchie velocità. Se si rompe il treno ogni vagone va per la sua strada. Il tentativo degli eurocrati, alla Giscard d’Estaing, è quello di dire: in fondo non è successo niente, andiamo avanti con quello che c’era. E invece è gravissimo che la gente di Francia e Olanda, due paesi fondatori, abbia detto no. Si è capovolto tutto: si è passati dall’attesa e dalla speranza alla paura».
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