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La giustizia nei «Promessi sposi»

Per i «The di Toscanaoggi», il 4 aprile a Firenze, (Sala dell’Accademia della Colombaria, in via Sant’Egidio, 27), alle 16, incontro con mons. Andrea Drigani, recente autore di uno studio sulla giustizia nei «Promessi Sposi» del Manzoni. In questo articolo ci anticipa alcuni dei temi che tratterà.

Sant’Agostino, tanto caro al Manzoni, ha scritto: «Iustitiam intelligere difficile est» («È difficile comprendere la giustizia»). In effetti la parola «giustizia», nel corso dei secoli e anche oggi, non è sempre intesa nello stesso modo, si evidenziano aspetti diversi anche se non contrapposti. In special modo la valutazione pratica sulle opere giuste o su quelle che si presumono tali è ardua. Ancora Sant’Agostino ci dice che la vera giustizia è quella di Dio, per la quale diventiamo giusti per la sua grazia, giustizia che non solo Dio ci insegna con i suoi precetti, ma ci elargisce col dono dello Spirito Santo.

Penso che, nei «Promessi Sposi», Manzoni ci dia un grande aiuto per cominciare a comprendere la giustizia. I romanzi, sovente, riescono a trasmettere e a comunicare idee e concetti, molto meglio di alcuni saggi o di studi specifici. È infatti una comune e ben consolidata opinione che Manzoni non è stato soltanto un grande scrittore, poeta e letterato, ma anche teologo, filosofo, economista, storico, filologo e giurista. Vorrei aggiungere che è stato anche un canonista. Il romanzo con la narrazione delle circostanze che accompagnano le vicissitudini dei protagonisti: Renzo e Lucia, presenta, nel rispetto della verità e della competenza e con episodi esemplari, delle cognizioni e delle nozioni scientifiche. In una storia religiosa, come quella dei «Promessi Sposi», che si svolge all’interno dell’istituzione ecclesiastica, non potevano non mancare numerosi richiami al diritto canonico.

Nel libro, che ho intitolato «Il mantello della giustizia», dall’esame delle letture scelte dal romanzo, si può ben vedere come Manzoni conosce assai bene il diritto della Chiesa, non solo la sua natura teologica, ma anche le disposizioni legislative. Si comincia dall’incontro dei bravi con don Abbondio, che non è un delitto contro l’esercizio della giurisdizione ecclesiastica, bensì solo una minaccia ad un uomo che non ha una normale forza d’animo. Si parla delle «grida» come segno dell’umiliazione e dell’impotenza delle leggi, sia civili che ecclesiastiche. Si ricorda il regolare e onesto esercizio dell’avvocatura, di contrasto col modo di operare di Azzeccagarbugli.

Si annota sul diritto d’asilo, nella vicenda di Lodovico divenuto Padre Cristoforo, come pure sul «pane del perdono». Si riflette, tra l’altro, sul segreto e sulle sue eccezioni, sull’equità («quasi regola superiore degli atti umani»), sulla forma per celebrare il matrimonio, sulla monacazione forzata di Gertrude, sul «voto» di Lucia. Ma vi è un episodio che è fondamentale nel romanzo, quello raccontato al capitolo XXXV, quando Renzo si reca nel lazzaretto per trovare Lucia e incontra Padre Cristoforo che lo esorta a cercala con fiducia e con rassegnazione, ma Renzo in preda alla collera, alludendo a don Rodrigo, dice: «Se non la trovo, vedrò di trovare qualchedun altro…la farò io la giustizia». E Padre Cristoforo esclama: «Guarda sciagurato! …Guarda chi è Colui che gastiga! Colui chi giudica e non è giudicato ! Colui che flagella e perdona ! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu lo sai, tu, quale sia la giustizia!». Manzoni ribadisce che la giustizia in quanto tale è solo di Dio ed è stata rivelata pienamente da Gesù Cristo.

Dall’analisi dei testi tratti dai «Promessi sposi» si evince che il diritto canonico è un diritto sui generis per la sua spiccata originalità, non pienamente comparabile col diritto civile. È infatti noto che la salvezza delle anime («salus animarum») deve essere sempre nella Chiesa la legge suprema. Manzoni ci mostra, con la storia di questa vicenda del XVII secolo, che il diritto, sia quello civile e, a maggior ragione, quello canonico, si fonda sulla giustizia di Dio, alla quale quella umana, se vuol essere degna di tale nome deve riferirsi in modo costante e continuo.

Andrea Drigani