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Quelle orme d’inchiostro dei pellegrini

di Marco Pieraccioli

Ci sono delle orme, lungo la Via Francigena, che rivelano il passaggio dei pellegrini. Non sono impresse nella terra umida dei sentieri di campagna, e non ricalcano la forma degli scarponi. Si tratta delle testimonianze raccolte e custodite in alcuni libri speciali: i registri ospitalieri. Ogni ospitale – al proprio interno – ne conserva uno. Su di esso, i pellegrini – prima di riprendere il cammino dopo una notte di riposo – lasciano un pensiero, un frammento di vita o un semplice «grazie» per l’accoglienza ricevuta. E sono proprio queste tracce d’inchiostro, racchiuse in poche righe scritte a mano, a svelare il senso dell’ospitalità.

A Monteriggioni, nell’ospitale della parrocchia, un quaderno verde racchiude le impressioni, i sentimenti e le speranze di centinaia di pellegrini accolte ogni anno dal 2005 ad oggi. Da gennaio a dicembre – come ci conferma il parroco, don Doriano Carraro – il flusso di uomini e donne che bussa alle porte dell’ospitale è pressoché ininterrotto. In compagnia, oppure in solitaria; italiani, ma anche stranieri; giovani e pensionati: i pellegrini che giungono appartengono spesso a mondi diametralmente opposti. Ma se l’età o la provenienza variano di volta in volta; a rimanere costante è la sequenza logico-temporale che segna la breve permanenza degli stessi: arrivano nel tardo pomeriggio, stremati dalla fatica, e ripartono il giorno seguente per proseguire il cammino. La sosta nell’ospitale dunque si limita a poche ore: dal tramonto, all’alba. Eppure, in così poco tempo l’ospitalità lascia in molti un segno indelebile. E la conferma arriva direttamente dalle parole dei protagonisti.

Il nostro viaggio all’interno delle testimonianze pellegrine inizia col messaggio – datato 5 agosto 2005 – firmato da una famiglia di Bergamo che recita così: «È bello camminare con la certezza che qualcuno ti aspetta e ti accoglierà con calore». Poche parole, ma che già dicono molto su quel che significhi – agli occhi del pellegrino – l’approdo nell’ospitale. Una mela per riprendere un po’ di zuccheri; un thé per recuperare i sali minerali persi nel cammino; una doccia per rinfrescarsi; una cena e infine, un letto per riposarsi: l’accoglienza passa inevitabilmente da questi momenti. Ma più di ogni altra cosa, a rimanere impressi nei ricordi degli ospiti, sono l’attenzione, la cura ed il calore umano offerti dall’ospitaliere. Anche Michelle e Domitille, due pellegrine francesi, sottolineano questo aspetto. È il 31 ottobre del 2010 quando, prima di ripartire alla volta di Siena, scrivono a proposito della loro permanenza: «In un giorno di pioggia, abbiamo ritrovato il sole in questa casa». Entusiasti dell’accoglienza ricevuta si dicono anche gli oltre dieci pellegrini che il 18 agosto del 2006 azzardano: «Senza ospitalieri non ci sarebbero pellegrini. Senza pellegrini non ci sarebbe la Via». Discorso chiaro, pulito, che non sembra lasciare spazio a dubbi e repliche.

Ma c’è un dato, che emerge con chiarezza dalla lettura del registro, che invita ad una riflessione: sotto a ciascun messaggio (e ciò avviene nella quasi totalità delle testimonianze) compare, sottoforma di grafie e lingue differenti, il ringraziamento a don Doriano. Pagina dopo pagina infatti, è tutto un susseguirsi di merci, gracias, thank you, dankeschön. Semplice cortesia, oppure c’è dell’altro dietro a questi ringraziamenti rivolti all’ospitaliere? Ancora una volta è il quaderno verde a fornire la risposta. A «parlare» sono Filippo e Federico, altri due pellegrini di Bergamo: «L’ospitalità è cosa ben nota al pellegrino. Quando è il Padre però, che viene incontro ai propri figli, non si può rimanere indifferenti». Già, proprio così. Non rimane indifferente il pellegrino, che riceve ospitalità; ma non rimane indifferente neppure l’ospitaliere. Entrambi si scoprono diversi. Non sono più degli estranei che si sono incontrati (quasi) per caso; né dei semplici compagni di viaggio. C’è qualcosa di grande infatti che li unisce e li avvicina e che – poco a poco, tappa dopo tappa – si rivela ai loro occhi in modo sempre più intenso. Scrive Marcello il 2 agosto del 2006: «Stasera più che mai percepisco la profondità dell’essere pellegrino, perché mi sento a casa. Perché ci sentiamo a casa anche se fino a poco fa, non ci conoscevamo».

Sulle pagine del registro però, c’è spazio anche per alcuni aneddoti curiosi. Uno, in particolare, ce lo fornisce Anna mentre, parlando della cena consumata nell’ospitale, fa riferimento a quel miscuglio di razze che si è alternato ai fornelli. Attorno alle pentole infatti, c’era un pezzo di mondo: Nigeria, Vietnam, e Italia ovviamente. «Tre continenti in cucina» è il commento divertito e stupito della pellegrina.

Ma la sorpresa dei pellegrini non si limita agli incontri inaspettati che avvengono lungo la Via. Spesso anzi, è il progressivo cambiamento interiore a stupire per primi gli stessi interessati. Come Stefano, un milanese, che il 10 agosto del 2005 avverte dentro di sé un desiderio nuovo: «Spero un giorno di essere capace di accogliere quanti si presentino alla mia porta con la stessa semplicità e gioia». Una speranza, certamente. Magari un salto al di là della barricata: da pellegrino, ad ospitaliere. Chissà. E poi c’è Ilaria, una donna di Bari, che grazie all’accoglienza ricevuta ha scoperto il senso del suo cammino: «Come in un puzzle, posso dire di aver ricevuto un pezzo mancante, e di aver capito che un pezzo mi manca. Ora posso camminare per cercarlo». Sono tante le storie che si snodano tra le pagine del registro. E tanti sono i messaggi lasciati. Tra questi però ce n’è uno – a nostro avviso – che meglio di altri ci aiuta ad entrare nella dimensione pellegrina dell’accoglienza: «Non vi è pellegrinaggio se non vi sono posti come questo dove approdare». Un messaggio che di anonimo ha soltanto l’autore.