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Stopani: «Va bene il turismo purché non snaturi»

di Damiano Fedeli

Primo: non c’è una sola Francigena, un itinerario unico. «È meglio parlare di Francigene. Il nome non è attribuito infatti a una sola via, ma ne sono esistite, in Italia, decine. Tre solo in Sicilia. Il termine veniva usato nel medioevo per tutte le vie che andavano Oltralpe, nell’area dei Franchi, occidentali e orientali». Renato Stopani, fiorentino, è il pioniere italiano degli studi sulla Via Francigena. Autore di decine di saggi, a partire dal 1984, quando pubblicò per il piccolo editore fiorentino Salimbeni «La Via Francigena in Toscana: storia di una strada medievale», fino alle tante guide e volumi usciti per l’editore Le Lettere. È il fondatore e direttore dal 1985 del Centro di Studi Romei, che approfondisce e studia proprio gli itinerari dei pellegrini medievali, pubblicando, fra l’altro la rivista specialistica De Strata Francigena. «Il tema – racconta – è affascinante, per tutti, non solo per i medievisti. Anche le persone comuni sentono il fascino del medioevo, e lo sentivo anche io. Insegnavo geografia in un istituto tecnico qui a Firenze, ma mi ha sempre interessato il legame con la storia e con l’arte. Quando cominciai a interessarmene, di Francigena nessuno ne parlava, non se ne sapeva niente».

Eppure, da allora l’interesse pare esploso…

«Già quel primo saggio andò esaurito in pochi mesi. Il Centro Studi Romei nacque nell’85, proprio a seguito del movimento di appassionati che sul territorio senese cominciarono a far ricerche. Poi venne la rivista, nel ’92. Oggi il Centro si è specializzato, ne fanno parte solo studiosi, e ha allargato i suoi interessi a tutta Italia».

Da studioso della prima ora, che effetto le fa l’attuale revival?

«Vede, è una scelta turistica, senza dubbio: c’è il fascino della via antica, medievale, ma anche della scoperta personale. Si passa per località, piccole chiese, strutture poco conosciute. Va bene, attiriamo il pubblico su questo itinerario. Però, dico: facciamo anche divulgazione seria e un approfondimento dei temi da parte degli studiosi».

Teme uno snaturamento?

«A mio avviso, meno si fa, meglio è. Più si organizza, più la si stravolge. Bisogna andarci cauti, leggeri. Per dirne una, ho paura dei punti di sosta che saranno organizzati. Quando si arrivava in certe località nei primi tempi, si faceva davvero un tuffo nel passato. Se ci si mettono centri attrezzati, tavoli per il picnic… Addio. Quello per cui bisognerebbe combattere è che non si perpetuino gli errori, che si cerchi di educare».

Errori: quali sono i peggiori, a suo avviso?

«A volte mi chiedono: “L’avete ritrovata la Francigena?”. Ma questa non è una strada come quelle romane, che avevano un selciato consistente e tangibile. Nel medioevo la strada aveva un percorso oscillante: il selciato poteva anche non esserci, l’importante erano le strutture assistenziali e ricettive. Ponti, ospedali, ospizi: era questo che caratterizzava la strada. E poi, ed è questione di logica, la Via Francigena esiste solo in Italia. Dire che arrivava a Canterbury è la bufala più grossa: ogni pellegrino partiva da una località diversa. Si parla invece sempre dell’itinerario (privilegiato anche dal Ministero) di Sigeric, il vescovo di Canterbury, appunto, che nel 990 venne giù dall’Inghilterra a Roma. Ma questo è stato un errore, un “peccato originale”, per così dire: di Francigena, ripeto, si parla solo in Italia, e con tante varianti».

Allora, facciamo il punto. Se lei dovesse definire la Francigena con termini semplici, diciamo per Wikipedia, cosa direbbe?

«Uh, Wikipedia. Quante castronerie contiene su questa strada… Comunque, a parte questo, direi così: stabilito che con Francigena si intendevano tutte le vie che portassero Oltralpe, quella che attualmente viene chiamata Francigena per antonomasia è forse il più antico di questi itinerari. Era la via fatta dai primi pellegrini che, dall’ottavo secolo, scendevano verso Roma, provenienti dalle isole inglesi o dalla Francia. Privilegiarono un percorso che veniva dal Moncenisio oppure dal Gran San Bernardo (a Vercelli c’era infatti una biforcazione), scendeva poi attraverso il Po, l’Emilia, la Cisa, la Toscana, ricalcando poi a sud di Siena il tracciato dell’attuale statale 2 Cassia. Questo è il percorso a grandi linee. Gli itinerari alternativi erano, però, tanti. E, cosa importante e misconosciuta (al tragitto del Sud ho dedicato un saggio nel ’92), la Francigena non si fermava a Roma, ma continuava  attraverso Montecassino fino alla Puglia, dove poi c’erano gli imbarchi per la Terra Santa. Il Consiglio d’Europa ha dichiarato la Francigena itinerario di interesse europeo da Canterbury, primo errore, e solo fino a Roma, altra défaillance culturale».

Ci può fare un esempio per capire quanto il percorso variasse?

«La Valdelsa è un ottimo esempio: qui sono stati individuati almeno tre tracciati. Il più antico passava per Poggibonsi. Qui infatti c’era la Badia di Marturi, abbazia regia fondata nell’ottavo secolo. Perché nel 990 Sigeric, nel suo famoso viaggio, passa da San Gimignano? Si credeva finora che il fondovalle fosse impaludato e ci volesse un percorso collinare. Ma con una mia recente scoperta ho trovato quelle che ritengo le ragioni reali del cambiamento di percorso. Siamo in diocesi di Volterra, in un periodo – IX-X secolo – di anarchia feudale, senza un potere centrale. A Volterra c’era un vescovo conte che gestiva il territorio grazie alle pievi, organi di governo locale, in senso religioso e civile. Finché fu attiva Marturi, il percorso passava da Poggibonsi, allora in diocesi di Firenze. Poi la Badia decadde. Ecco allora che il vescovo conte di Volterra organizzò, su strade preesistenti, l’assistenza ai pellegrini. Attraverso cinque pievi vicine (quattro allora nel territorio della diocesi di Volterra), sequenza unica in tutta la Francigena: San Genesio, sull’Arno; Coiano, Chianni, San Gimignano, Pieve a Elsa. Nel dodicesimo secolo, infine, con la supremazia di Firenze, si affermò un terzo percorso, a destra dell’Elsa, che toccava Castelfiorentino e Certaldo».

Centro studi Romei

Il magnifico Cristo dagli occhi aperti, Crocifisso che nella sua espressione già preannuncia il trionfo sulla morte e colma dal maggio scorso con la sua presenza il vuoto della piccola abside della chiesa dei santi Jacopo e Filippo, nel bellissimo borgo medievale di Certaldo Alto, ha fatto da sfondo lo scorso sabato 5 febbraio alla presentazione degli atti del convegno a lui dedicato, ospitato lo scorso maggio nello stesso luogo. A proporli con il titolo «Il Cristo di Petrognano. Un capolavoro della scultura lignea medievale sulla Via Francigena», a cura di Renato Stopani e Fabrizio Vanni, è la rivista De Strata Francigena, organo ufficiale del Centro Studi Romei che esce ininterrottamente da ormai diciotto anni. Una pubblicazione semestrale che ospita studi e ricerche non solo sulla Via Francigena per antonomasia, ma sulle vie di pellegrinaggio in generale del Medioevo, con «saggi di approfondimento e di sviluppo – come si legge nel sito www.centrostudiromei.eu – delle tematiche legate agli itinerari delle peregrinationes maiores, nonché studi e ricerche sui diversi aspetti della storia del pellegrinaggio e della viabilità medievale».

I numeri della rivista finora usciti sono elencati nello stesso sito del Centro Studi Romei. Fondato nel 1985 e diretto da Renato Stopani, il Centro ha sede a Firenze presso la Basilica di San Miniato al Monte e, si legge ancora nel sito, oltre a realizzare monografie, pubblicazioni periodiche (in particolare la suddetta rivista), mostre e convegni di studio sulle vie di pellegrinaggio nel Medioevo, «cura la “Bibliografia del pellegrinaggio medievale” su data-base Tinlib, che attualmente conta oltre 3900 titoli».