Toscana
Fisco, alla famiglia solo le briciole
Il fondo fu toccato sei o sette anni fa con detrazioni per i figli a carico di appena 86 mila delle vecchie lire. Lo scorso anno sono state di circa 500 euro a figlio, frutto anche di un «faticoso lavoro del Forum, prima con il governo di centro-sinistra e poi con quello di centro-destra». Ma la logica non è cambiata: si tratta la famiglia «sempre in termini residuali, cioè nel senso di concedere detrazioni un po’ più elevate, ma ponendo dei tetti di reddito non calcolati in base al numero dei figli.
Partiamo dal «positivo». Perché siete contenti del passaggio dalle detrazioni alle deduzioni?
«Il sistema della deduzione riconosce che l’imponibile va calcolato non solo in base a quello che si percepisce, ma al numero dei componenti che con quel reddito familiare vivono. La deduzione definisce la capacità contributiva del contribuente, mentre la detrazione veniva poi applicata sull’aliquota».
E dove sta allora il limite di questa riforma?
«Nel fatto che le deduzioni, che pure sono discretamente significative si parla di 2.900 euro a figlio e di più se minore di 3 anni o handicappato vengono applicate solo sotto fasce di reddito molto basse e calcolate non in base ai componenti della famiglia, ma solo al reddito del contribuente».
Qual era la vostra proposta?
«Avevamo chiesto che il tetto fosse inversamente proporzionale al numero dei figli: più figli uno aveva più aumentava il tetto di reddito sotto il quale scattava la deduzione. È la cosiddetta equità orizzontale, parola che a tutti i governi pare sconosciuta. Non si riesce ad andare al di là di una logica di equità verticale: esiste il ricco e il povero solo in base a quanto guadagnano, non in base a quante persone vivono con quel reddito».
Si arriva al parodosso di quest’anno dove per i redditi medio alti i vantaggi fiscali sono decrescenti al numero dei figli…
«È così. Non solo. Siccome ci sarebbero state delle fasce molto basse di reddito che non potevano beneficiare delle deduzioni, perché il loro imponibile era già al di sotto della soglia minima i cosiddetti incapienti , avevamo chiesto che per queste famiglie ci fosse una sorta di imposta negativa, una sorta di assegno, pari al beneficio che avevano le altre famiglie».
E invece?
«Questo nella proposta del governo non c’è, nonostante avessimo sollevato il problema al tavolo tecnico. È presente invece nella proposta dell’opposizione, anche se poi quella ha altre cose che vanno meno bene, perché le deduzioni sono bassissime e i tetti di reddito sono ancora più bassi; però il tema degli incapienti è affrontato sotto forma di un assegno erogato da un fondo speciale presso l’Inps, che è quello che noi avevamo chiesto».
Si parla di equità, ma il nostro fisco è davvero poco equo…
«Ci può essere anche uno che guadagna tanto, come 80 mila euro: se è da solo ha una notevole capacità contributiva, ma se ha cinque o sei figli e vive in una grande città, non si può certamente permettere lo stesso tenore di vita di chi guadagna come lui, ma non ha figli. E siccome le famiglie molto numerose sono anche così poche non ci sarebbe bisogno di svenare le casse dello stato per essere davvero equi».
Voi queste cose le avete dette ai governi. E cosa vi rispondono?
«La risposta che ci viene data, molto facile e brutale è: voi volete dare i soldi anche ai ricchi. Ma non è vero. Nella nostra Costituzione c’è scritto che il cittadino contribuisce alle spese dello stato in base alla propria capacità contributiva, questa non può essere calcolata solo in base al reddito percepito. Solo in Italia è così ».
Da dove nasce questa difficoltà ad aiutare la famiglia?
«Nasce da una lacuna culturale. La famiglia in Italia è concepita come un soggetto privato, quindi se uno vuol avere figli sono fatti suoi, se uno non vuole averne pure ».
Cosa avviene in paesi vicini al nostro?
«C’è una differenza abissale. In Germania le detrazioni sono di 4 mila euro per ogni figlio a carico. In Francia, applicando il quoziente familiare, le aliquote si abbassano, si dimezzano, diventano un quarto, un ottavo a seconda del numero dei figli, perché si divide il reddito per il numero dei componenti familiari e su quello si applica l’aliquota. Si dice che da noi la famiglia è tutto… Invece è un paese in cui la famiglia è un soggetto privato che non riguarda le istituzioni».
Poi c’è anche un problema locale, quello delle tariffe e dei servizi. Su questo fronte come vanno le cose?
«Dipende molto da comune a comune. In alcune regioni abbiamo cominciato a lavorare bene. Quello che per noi determina il positivo o il negativo di una misura è che la famiglia sia in grado di potersi scegliere il servizio che vuole. Prendiamo il caso degli anziani: il buono per gli anziani a carico ci va bene, perché permette alla famiglia di scegliere: o il buono, e l’anziano me lo curo io, o il servizio, e allora l’anziano lo ricovero. È il principio di sussidiarietà: sono io che scelgo. Se mi riconoscono il diritto che avendo un figlio o un anziano a carico posso dedurre quell’onere, i soldi che risparmio li utilizzo come credo: per una badante invece che per un istituto, per un nido famiglia invece che per un nido aziendale. Il nostro principio è che sia la famiglia a scegliere e non lo stato. Invece loro dicono: dai tutti i soldi allo stato che ti dà i servizi che decide lui. Questa non è una logica sussidiaria».
Cosa farete per migliorare la Finanziaria?
«Abbiamo preparato degli emendamenti che presenteremo attraverso una rete di parlamentari sia della maggioranza che dell’opposizione. Per fortuna in entrambi gli schieramenti abbiamo trovato degli interlecutori. Poi siccome le famiglie non fanno sciopero, non scendono in piazza, non bloccano i trasporti, non metteno il paese in crisi come sempre sono l’ultimo soggetto ad essere ascoltati… Però continueremo a farci sentire».
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