Toscana

GIULIANA SGRENA RACCONTA SUL «MANIFESTO» LA SUA VERITA’

«Sto ancora nel buio. E’ stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita». Comincia con queste parole un’articolo di Giuliana Sgrena in prima pagina sul suo giornale, il Manifesto, di oggi domenica 6 marzo. La Sgrena racconta che da alcuni giorni i rapitori le dicevano che l’avrebbero liberata. Ad un certo putno – prosegue la Sgrena – i rapitori sono venuti «nella mia stanza come a confortarmi e a scherzare: “Complimenti – mi hanno detto – stai partendo per Roma”. Per Roma, hanno detto proprio così. (…) Mi sono cambiata d’abito. Loro sono tornati: “Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire”. Era la conferma che non avrei voluto sentire. E’ il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravano qualcuno, vale a dire i soldati americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti».

Poi la giornalista racconta il viaggio verso la libertà. Ad attenderla c’era il dirigente dei servizi segreti italiani, che quando ancora lei aveva gli occhi coperti le ha detto: «”Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla, sei libera”». Poi, continua l’articolo, «mi ha fatto togliere la benda di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo “Nicola”. Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute».

Segue il racconto del viaggio in auto all’aeroporto di Baghdad con Nicola Calipari che si è seduto al suo fianco. «L’autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l’aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto …quando …io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima. L’autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, “siamo italiani, siamo italiani”. Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l’ultimo respiro di lui che mi moriva addosso. (…)».