Non era la prima volta. L’anno scorso sei mesi, quest’anno dovevano essere almeno quattro. Esperienze che, in un modo o nell’altro, gli stavano cambiando la vita. Esperienze che, in un solo modo, sono state, per ora, bruscamente interrotte da un terremoto di magnitudo 9.Lucio Giovanelli, nato nel 1987 a Sansepolcro, dopo la laurea triennale in Lingue mercati e culture dell’Asia all’università di Bologna, aveva richiesto uno stage all’ambasciata italiana a Tokyo. Ammesso, era partito il 17 gennaio scorso con altri due connazionali: un ragazzo che, come lui, lavorava nell’ufficio commerciale su progetti (e traduzioni) tra Italia e Giappone e l’altro, invece, nell’ufficio stampa. Insieme vivevano nel compound interno all’ambasciata e insieme sarebbero dovuti tornare il 17 maggio. Ma il terremoto che ha colpito il Giappone l’11 marzo, seguito dal devastante maremoto che ha cancellato interi villaggi e a cui si è aggiunta ora l’emergenza nucleare, li hanno costretti ha cambiare bruscamente i programmi. «Stavo portando in camera un pacco arrivato dall’Italia da parte dei miei genitori», racconta Lucio. «Avevo raggiunto la soglia di casa e stavo tirando fuori le chiavi quando ha iniziato a tremare tutto. All’inizio sembrava una scossa come tante altre, poi ho realizzato che stava aumentando di intensità. Mi sono allontanato dall’ingresso, gli altri abitanti del compound sono usciti e così anche alcune famiglie giapponesi. Quando la scossa si è fatta veramente forte una ragazza al mio fianco ha cominciato a ripetere: “Onegai onegai” (Ti prego, ti prego) e lì ho capito che era un terremoto diverso dagli altri».La zona dove si trova l’ambasciata italiana è una di quelle caratterizzate dalla presenza di molti grattacieli e anche il giovane biturgense conferma che non facevano che oscillare, anche dopo la fine della scossa. «L’inferriata che circondava il giardino vibrava in modo spaventoso; i corvi gracchiavano e si muovevano a stormi», ha aggiunto il ragazzo. Poi sembrava essere tornato tutto alla normalità: a Tokyo non c’erano stati danni anche se le linee telefoniche non funzionavano. In realtà lavorare in ambasciata è voluto dire scoprire tra i primi quello che stava succedendo a Sendai: «Sembrava impossibile quello che sentivamo dalle agenzie. Tranquillizzavamo tutti quelli che cercavano di capire cosa dovessero fare anche perché noi stessi non sapevamo come si poteva evolvere la situazione. Per prima cosa, nonostante le difficoltà, abbiamo rintracciato tutti gli italiani presenti nella zona colpita dallo tsunami».Poi con l’aggravarsi della situazione una circolare dell’ambasciata ha cominciato a «consigliare» tutti coloro che avessero famiglia di allontanarsi dalla città, andare verso sud o lasciare il Giappone. «Da quel momento siamo stati subissati di telefonate», ricorda lo stagista, «soprattutto dopo i telegiornali delle 20 in Italia (da noi erano le 4 del mattino dopo). I media non nipponici continuavano a diffondere notizie, creando allarmismi ingestibili. La televisione di stato giapponese, invece, sapeva come muoversi, non perché non volesse rivelare quanto stava succedendo, ma perché aggiungere panico a quello già diffuso non avrebbe portato niente di buono». Ma il dolore per il Giappone non era finito. Ai morti del maremoto si aggiungeva il disastro della centrale di Fukushima e l’allarme nucleare. Una situazione che ha costretto Lucio ad abbandonare Tokyo per Osaka, perché sperava che la situazione si calmasse e perché Alitalia non faceva ancora prezzi agevolati per tornare (i biglietti variavano dai 700 ai 3mila euro) a differenza di altre compagnie straniere. «Verso mercoledì o giovedì i biglietti sono diventati più accessibili – spiega il ragazzo – ma nessun volo era stato aggiunto. L’unico, si vociferava, sembrava essere stato quello per i musicisti del Maggio Fiorentino, ma non sono sicuro perché sono partito poche ore prima. Anche se, però, so per certo che dei sei banconi del check in due erano per la classe “Magnifica”, due riservati a quello del Maggio Fiorentino e infine due per tutti gli altri».In ogni caso ora Lucio è a casa. Ha fatto, per scrupolo, alcuni controlli in una clinica di Cesena nonostante la nube radioattiva non si fosse ancora avvicinata a Tokyo in sua presenza. Continua a essere in contatto con i suoi amici giapponesi e con l’ambasciata italiana per cui ha tradotto un documento su «I non rischi che corriamo in Italia su cibo giapponese importato o contaminato». Pensa a dove eventualmente continuare il suo corso di studi (Venezia o Torino) e aspetta la comunicazione del luogo dove potrebbe terminare lo stage interrotto. E si accontenta di fare 40 minuti di macchina per andare ad Arezzo invece di farli per spostarsi da una parte all’altra di Tokyo. Di certo non potrà facilmente dimenticare quel terribile 11 marzo che ha portato via tante vite, mettendo in ginocchio un’intera nazione. di Margherita TizziUNA RACCOLTA FONDI PER I TERREMOTATIE’ scattata da subito la macchina della solidarietà per aiutare le tante persone rimaste senza niente dopo il terribile terremoto e lo tsunami che ha colpito l’isola nipponica. Caritas Giappone, pur essendo molto piccola, si è prontamente attivata. Anche la Caritas di Arezzo-Cortona-Sansepolcro ha deciso di appoggiare le iniziative di solidarietà per la chiesa giapponese. Per sostenere gli interventi in corso si possono inviare offerte a Caritas italiana tramite conto corrente postale numero 347013 specificando nella causale: «Emergenza Giappone». «Facciamo tutto quanto ci è possibile» spiega padre Daisuke Narui, il direttore di Caritas Giappone. «C’e’ la consapevolezza che ogni sforzo è solo un piccolissimo tassello nell’enormità dei bisogni, ma c’e’ anche un grande senso di unità e di solidarietà». A Sendai è stato aperto nei giorni scorsi un centro di aiuti per i sopravvissuti.