Dossier

La storia di Pasqua: passione e resurrezione d’un «umile poetastro»

di Gianni RossiPassione e Risurrezione. Una passione lunga, una Risurrezione forse inattesa. È la storia di un «umile poetastro» di Prato. Si chiama Francesco Taccola, 47 anni, che di professione fa lavori saltuari e per passione scrive poesie. Nei suoi «Fiori del bene» – il cui titolo rimanda esplicitamente e per contrario ai «Fleurs du mal» di Baudelaire – Francesco racconta una storia e indica una strada. Una strada di speranza, quella stessa strada che l’ha condotto tra gli amici della «Ronda» della Caritas e tra quelli di Emmaus. È stato anche grazie a loro se Francesco – come si legge nella presentazione di questo, per molti aspetti, sorprendente volumetto di poesie – è riemerso dall’oscurità del dolore liberandosi dal fango degli stereotipi.

Il «poetastro» ha alle sue spalle (quasi) tutte quelle esperienze che fanno drammatica una vita: l’orfanotrofio – lui, «orfano» di genitori… vivi – la prima adolescenza in strada, il carcere minorile, la delinquenza, il carcere ancora per lunghissimi anni, una vita senza fissa dimora. Ora, che tutto questo è passato, Francesco rilegge la sua «avventura» con l’immagine di una mela acerba: Il sapore della vita/è come il morso ad una mela acerba,/pur se aspro la si gusta fino in fondo. «Alfa omega», si intitola questa poesia, quasi a voler descrivere in pochi versi l’inizio e la fine di una lunga parabola. Lui l’«acre e il dolce» della mela acerba li ha apprezzati e disgustati insieme. «Sì – ci racconta – ho fatto percorsi di vita difficili. Ma ringrazio Dio anche per le brutte esperienze, per tutte le negatività che mi sono messo e mi sono state messe davanti. Se ora sono così, se ora sono felice, è anche perché ho provato queste esperienze».

Tu, ad una risposta del genere, non trovi cosa aggiungere. Ti spiazza e basta. Con il sorriso sulle labbra Francesco racconta la sua vita. Da bambino è ospitato dai «Celestini» a Prato, un collegio che anni più tardi sarà al centro di polemiche furiose e verrà chiuso. Lui, però, conserva un bel ricordo di quegli anni e di padre Leonardo da Prato, il fondatore, che «la preghiera ce la faceva sentire nel cuore». Chiusi i «Celestini», appena adolescente, Francesco viene ospitato in una struttura a Firenze. A quattordici anni si trova praticamente in strada. Sarà un coltello a cambiargli la vita. «Non ricordo come – racconta – acquistai questa lunga lama. Venni scoperto dai carabinieri e portato nel carcere minorile». Da lì iniziò l’esperienza delle detenzione che, di anni, complessivamente gliene ha «rubati» ben diciotto. Quasi un doloroso, beffardo contrappasso, per i furti e gli scippi che tornava subito a compiere appena messo fuori.

«Il carcere è un’esperienza – osserva – che soltanto chi la vive può raccontare davvero. Io ho “imparato” a rubare proprio nel carcere minorile». La passione per il prossimo emerge tra un pensiero e una parola: «Penso spesso a quanto faceva don Bosco per i carcerati. Basterebbero davvero poche cose per aiutare il loro recupero». Pochi anni fa l’ultimo scippo: «Ho visto cadere la donna a cui avevo rubato la borsa. Nel suo ho ritrovato il volto di mia madre». Francesco decide di dare un taglio netto. Tre anni fa, uscito dal carcere inizia una nuova vita. Anzi, è dentro il carcere che matura il cambiamento. «È stata la fede a dare una svolta. La nostra vita è come una lampadina. Dio è l’energia che l’accende», ci spiega. O, per dirla, con il titolo di un’altra sua poesia, è «L’energia che dà la vita».

La barba lunga, un grande Crocifisso al collo, una camicia marrone che sembra un saio: il richiamo alla letizia, alla semplicità della fede, alla povertà il «poetastro» lo porta anche nel nome. Uscito dal carcere torna sulla strada, ma questa volta è una scelta consapevole, «il desiderio di condividere con gli ultimi la loro vita», quando ti senti addosso una povertà così «tanta»/che il «nulla» significa avere, scrive nella poesia emblematicamente: «Senza titolo causa povertà». Dove prosegue: Vivi allora il morso d’una vita stenta/che come sabbia fugge tra le dita/e non hai più voglia di sognare o «desiderare»/dove il morire è il vivere. E ancora: … è quando cerchi di essere e non sei/e ti trovi escluso dal mondo/che neppure sai chi sei.

Su quelle strade trova i volti amici che gli tendono una mano. Francesco quella mano decide di stringerla. Una nuova strada gli si apre così davanti. Un conoscente gli regala un vecchio camper, che ora è la sua abitazione. Inizia a lavorare presso la cooperativa La Bussola, promossa da Emmaus, e nei laboratori di recupero-oggetti della comunità.Passione e Risurrezione. Sembra quel «sogno in bottiglia» di un’altra sua poesia, che racconta le aspirazioni di un carcerato. Nullo si face che nei sogni si pote!, dice qui il compagno di cella. Ma è la «Voglia d’amor vero» a realizzare questi sogni: Io voglio solo amare/perché nel tuo dolore, Signore, ci hai amati;/«voglio vivere»/perché «tuo» è il miracolo della vita/ («Pentimento e miracolo d’amore»). Il libroI fiori del beneTrentadue brevi poesie per tratteggiare «I fiori del bene». Si intitola così la piccola raccolta che la Comunità Emmaus di Prato, insieme alla Cooperativa «La Bussola», ha voluto dare alle stampa (Editrice Missionaria Italiana) con alcuni dei componimenti scritti negli ultimi anni da Francesco Taccola, l’«umile poetastro», quasi – come nota Augusto Bassolino, presidente de «La Bussola» – non volesse offendere i poeti.

Racconta Francesco di aver sempre avuto la passione per la poesia: «In carcere cercavo di tradurre nella parola scritta le emozioni di tanti momenti». Ma è stata una lettura appassionata, quasi maniacale, di un vocabolario della lingua italiana, durata tutti gli anni del carcere, a raffinare via via quelle parole.

I «fiori» di Francesco Taccola sono umili fiori, forse fiori di campo, eppure mentre si sfoglia il volumetto si è come colpiti d’improvviso da veri squarci dell’anima.C’è l’infanzia difficile, c’è il carcere, c’è la lunga esperienza della strada, c’è, infine, Prato, la sua città. Chi ne volesse copia, può rivolgersi in libreria o richiedere a «Editrice Missionaria Italiana» (Tel. 051-326027 – ordini@emi.it ). L’associazioneL’Associazione nazionale EMMAUS ITALIA si è costituita il 2 ottobre 1989 a Prato. Ha sede a Prato, via Castelnuovo 21/b, presso la omonima Comunità che opera qui da oltre dieci anni. Nel 1998, l’Associazione «Emmaus Italia» è diventata Onlus. L’Associazione si propone di essere uno strumento federativo di collegamento e di aiuto reciproco fra gli organismi (comunità e gruppi), operanti in Italia, che si riferiscono al Movimento Emmaus fondato dall’Abbé Pierre nel 1949 in Francia. Movimento che ha alle sue radici le Comunità di «stracciaioli» che accolgono persone in difficoltà, che lavorano per poter avere la soddisfazione di guadagnarsi il «pane» che mangiano, ed anche il «lusso» di sostenere azioni di solidarietà ovunque nel mondo.

Emmaus Prato – Le 5 persone che nel 1978 iniziarono Emmaus a Le Caserane attualmente sono 30 e vivono a Castelnuovo. In questi anni, anche la Comunità Emmaus di Prato ha cercato di vivere le cinque parole-chiave di Emmaus: accoglienza, vita comunitaria, lavoro, solidarietà e lotta. Il metodo di lavoro e di vita è quello «classico» delle Comunità Emmaus: raccolta a domicilio di ferro, carta, stracci, vetro ed oggetti vari, sgombro gratuito di soffitte e cantine. Questo materiale viene professionalmente selezionato e riutilizzato.

Il «cantiere» ed il «mercatino dell’usato», e il lavoro dei Comunitari sono la «fonte» economica della vita e della solidarietà della Comunità. Emmaus, a Prato, ha dato vita al negozio «Artigiani nel Mondo», in via Convenevole, 42. Ancora, a Narnali, la Comunità ha favorito un centro di smistamento di indumenti usati con la collaborazione di alcune persone ospiti di una Casa Famiglia di Iolo.