Toscana

La Toscana fa i conti con l’effetto serra

di Claudio TurriniLe mezze stagioni non esistono più. La conferma arriva anche dalla scienza. Certo, siamo diventati ipersensibili al clima. Basta un giorno intenso di pioggia ed è «alluvione», due giorni di caldo per lanciare un allarme, dieci centimetri di neve per chiamarla «emergenza». Ma i cambiamenti ci sono, basta guardare i dati e i toscani devono abituarsi. Poi si può discutere se è stato l’uomo o no. Ce lo conferma Giampiero Maracchi, professore di cimatologia all’Università di Firenze e direttore dell’Istituto di biometereologia del Cnr, uno dei massimi esperti mondiali nel settore, diventato popolare per la trasmissione settimanale sulla Rai regionale, che porta addirittura il suo nome.

Cosa è cambiato? Ad esempio, ci spiega il professore, «abbiamo una primavera molto anticipata ma con dei ritorni di freddo tardivi che creano danni. C’erano anche prima gelate a fine aprile, ma adesso la vegetazione è molto più avanti, perché lo stesso autunno ha temperature più elevate, con lo scirocco che è aumentato del 30% in termini di frequenza e ha preso il posto della tramontana. Lo scirocco è anche il responsabile di questo passare improvviso dal caldo al freddo e viceversa, con sbalzi anche di 10 gradi in un giorno che creano problemi alla salute umana». Ma i problemi i cambiamenti li creano anche alle colture tipiche, come la vite e l’olivo. Nel 2003 la produzione di olio fu solo del 20% a causa dell’estate precoce, perché la fioritura dell’olivo è sensibile alla temperature alte. Anche per il vino, se non venisse poi aggiustato a livello enologico si andrebbe verso vini quasi liquorosi.

Professore, da quando si registrano questi cambiamenti nel clima toscano?

«A partire dal 1990. In Toscana il segnale più evidente – e anche quello che ha creato più danni, – è l’aumento dell’intensità delle precipitazioni. Basta pensare al Bruna che ha esondato poche settimane fa a Grosseto. Dai 40 mm degli eventi particolarmente intensi in poche ore degli anni ’60-’90 siamo passati agli 80-120 mm».

Quali le zone più interessate?

«L’80% delle perturbazioni ci arrivano dal Tirreno, quindi la zona costiera da Massa fino a Grosseto, con particolare intensità da La Spezia a Pisa, perché ha le montagne a ridosso. Ma anche la Maremma».

E la causa qual è?

«L’effetto serra a livello planetario con il forte riscaldamento degli oceani nella zona intertropicale. C’è una maggiore quantità di energia che viene trasferita attraverso il movimento delle masse d’aria alla superficie del mare. Gli eventi hanno una componente energetica maggiore. Questo riguarda anche il vento…».

Quindi dobbiamo aspettarci che giornate di forte vento come quelle di metà novembre si ripeteranno spesso?

«Spesso, non vuol dire continuamente, ma in autunno è probabile che si verifichino. È il periodo in cui si forma l’anticiclone della Siberia che porta l’inverno sull’Europa; abbiamo discese di aria fredda da Nord che sono molto più intense. Quando c’è una fortissima differenza di temperatura si creano anche fortissime differenze di pressione che provocano il vento, con intensità che diventano doppie rispetto a quella estrema di un tempo».

C’è anche un problema di siccità…

«Abbiamo inverni meno piovosi, per cui le falde si ricaricano meno. Poi la siccità è determinata anche dal fatto che gli eventi sono più intensi, e l’acqua si perde. E a questo si aggiunge, in anni come il 2003, anche una forte siccità estiva».

Nei prossimi anni dobbiamo aspettarci il persistere di questi fenomeni?

«Qui si parla di climatologia. Non vuol dire che questo avviene tutti gli anni. Si tratta di tendenze…».

Ma nel mondo scientifico c’è accordo su questo?

«Come sempre succede qualche bastian contrario c’è sempre, però è talmente evidente quello che sta succedendo… Io lo anticipai in un’intervista alla “Nazione” nel 1988. A posteriori possiamo dire: “avevamo ragione”».

Cambiamenti climatici ci sono stati anche nei secoli passati e di quelli l’uomo non era responsabile…

«La Groenlandia era verde tra il 900 ed il 1200… Però quei fenomeni sono avvenuti in 400 anni, adesso avvengono in 30 anni e corrispondono ai modelli legati alle radicali modifiche delle condizioni dell’atmosfera. Andare a cercare quell’un per cento di probabilità che non sia quello ha poco senso».

Se riusciamo ad applicare il protocollo di Kyoto la situazione cambierà?

«Il protocollo di Kyoto è una falsa speranza. Dice che dovremmo ridurre del 5% le emissioni rispetto al 1990, ma da allora ad oggi sono aumentate del 20%, per cui la riduzione vera dovrebbe essere del 25% a livello planetario. Con una Cina e un’India che stanno aumentando dell’8% annuo, è praticamente impossibile…».

Ma se diventassimo improvvisamente virtuosi i cambiamenti ci sarebbero?

«Quantomeno non immediatamente. Ci vorrebbero almeno 30-40 anni».

Cosa si può fare allora?

«Kyoto ha il pregio di aver posto il problema, senza risolverlo. La strada che ha intrapreso l’Occidente di uno sviluppo continuo è insostenibile. Che bisogno c’è di questi mega magazzini – come la nuova Ipercoop di viale Gainnotti, a Firenze – dove la gente va a passarci la domenica, a mangiare con la famiglia? Vale la pena la domenica mettersi in coda in autostrada per arrivare in un posto e tornare subito indietro perché si è fatto tardi? Bisogna ripensare un sistema di vita che è troppo basato sul consumismo sfrenato che poi determina danni macroscopici a livello ambientale. Le cose da fare sono tantissime. Faccio un esempio: abbassare i riscaldamenti, riducendo in tutte le case la temperatura da 23 a 19 gradi, che sono più che sufficienti».

I cambiamenti nel clima• Aumento della frequenza delle precipitazioni intense che danno luogo a gravi problemi di conservazione del suolo per i fenomeni erosivi in aree collinari ed esondazioni in zone di pianura.• Riduzione delle precipitazioni invernali.• Generalizzato aumento delle temperature che si manifesta con particolare intensità nel periodo estivo e determina autunni particolarmente caldi.• Lunghi periodi di siccità estiva con temperature assai elevate oppure, al contrario, lunghi periodi di pioggia persistente.• Anticipato inizio dell’estate.• Tarda primavera, particolarmente asciutta. Dieci consigli per essere attenti all’ambiente e alla… bolletta• Utilizzo lampade a risparmio energetico (costano di più, ma durano molto di più e consumano molto meno)• Acquisto prodotti con il marchio ecologico Ecolabel UE (elettrodomestici, hi fi, detersivi, carta, …)• Spengo sempre la TV e gli altri elettrodomestici senza lasciarli in stand-by• verifico l’isolamento di porte e finestre e se necessario installo doppi vetri o finestre termoisolanti e extrachiare (riduco così del 40% la dispersione di calore)• utilizzo un termostato per temperature differenziate nelle varie stanza• se possibile installo pannelli solari per la produzione di energia e acqua calda• controllo periodicamente i fumi dell’impianto di riscaldamento• viaggio con altri per tragitti simili casa-lavoro, casa-scuola, casa-spesa, …(auto in gruppo)• uso di più autobus e treni• sui percorsi brevi mi sposto a piedi o in bicicletta La schedaL’effetto serraLa Terra è molto diversa dalla Luna, perché è circondata dall’atmosfera, uno strato di gas molto sottile, ma estremamente attivo, trasparente alla radiazione solare e opaco a quella terrestre. Quest’ultima viene in gran parte catturata dall’atmosfera e di nuovo emessa in tutte le direzioni. Ciò spinge più in alto l’equilibrio tra energia entrante ed uscente e aumenta la temperatura del pianeta. L’effetto serra è dunque un effetto naturale ed estremamente importante: grazie ad esso la temperatura media della Terra non è simile a quella della Luna (-20 C) ma ha il valore attuale di circa dieci gradi sopra zero.

Perché, allora, l’effetto serra è oggi un problema? Perché a causa dell’uso dei combustibili fossili, la concentrazione di anidride carbonica (CO2) è passata da un livello di 310 parti per milioni in volume (ppmv) a 380 ppmv, il livello più alto degli ultimi 400.000 anni e verificatosi in un tempo brevissimo.

Secondo l’IPCC – il Comitato intergovernativo Onu sui cambiamenti climatici, di cui fanno parte centinaia di climatologi e che ha pubblicato nel 2001 il suo III Rapporto – dal 1861, la temperatura della terra è aumentata (nel XX secolo +0,6 C). C’è più del 90% di probabilità che il 1990 sia stato il decennio più caldo e il 1998 l’anno più caldo registrato dal 1861 al 2000, ma l’aumento di temperatura è stato forse il più imponente degli ultimi 1000 anni. Il riscaldamento si estende fino ad 8 chilometri nell’atmosfera, mentre le superfici coperte di ghiaccio perenne sono diminuite di quasi il 10% dal 1960, e la durata annuale del ghiaccio e della neve sui laghi e sui fiumi alle medie e alte latitudini è diminuita di circa 2 settimane nell’ultimo secolo. Cosa accade in una terra più calda? I dati mostrano un forte riscaldamento polare con l’artico che potrebbe essere navigabile tutto l’anno. Indicano anche uno spostamento delle principali fasce di precipitazione, con un accelerazione del ciclo idrologico. L’atmosfera con più gas serra è sostanzialmente più energetica, con più evaporazioni e più precipitazioni e con temperature alla superficie più alte. È anche probabile che fenomeni estremi come uragani e temporali violenti, siano favoriti portando ad un aumento della loro intensità e frequenza. L’aumento di temperatura alla superficie e il progressivo riscaldamento marino porterà poi ad un aumento del livello del mare. Esistono luoghi al mondo dove un aumento anche di 10-20 cm del livello del mare, può mettere in pericolo comunità e culture: anche senza arrivare all’allagamento, le sole infiltrazioni salmastre delle falde costringono all’abbandono delle colture. La Convenzione quadro sui cambiamenti climaticiA Rio de Janeiro nel 1992 alla Conferenza mondiale Onu su «Ambiente e sviluppo» viene sottoscritta la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, che mira a stabilizzare la concentrazione dei gas serra: anidride carbonica (CO2); metano (CH4); protossido di azoto (N20); idrofluorocarburi (HFC); perfluorocarburi (PFC); esafluoruro di zolfo (Sf6). La Convenzione entra in vigore nel 1994, come accordo quadro. Il Protocollo di KyotoIl Protocollo firmato a Kyoto nel 1997 è vincolante per gli Stati, ma per entrare in vigore doveva essere ratificato da un insieme di paesi che causano il 55% delle emissioni globali di gas serra, obiettivo raggiunto proprio in questi giorni con la ratifica della Russia. In base al principio della responsabilità comune, ma differenziata il Protocollo prevede impegni solo per i paesi industrializzati (Usa, Europa occidentale, Canada, Giappone Nuova Zelanda, Australia) e per quelli in transizione dell’Europa centrale e orientale, e non invece per i paesi in via di sviluppo. Il Protocollo mira alla riduzione delle emissioni globali di gas serra del 5,2% rispetto al 1990. Tale obiettivo deve essere raggiunto entro il 2012 ed a partire da qui saranno negoziate ulteriori quote di riduzione. Per l’Europa la quota di riduzione assegnata è dell’8% rispetto al 1990, ma distribuita in modo differente da paese a paese: per l’Italia è del 6,5%, per la Germania e la Danimarca del 25%. I meccanismi flessibiliPer agire in modo coordinato a livello internazionale il Protocollo di Kyoto propone nuovi strumenti di cooperazione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo mirati specificatamente alla riduzione delle emissioni globali. Le emissioni, infatti, non hanno confini, per cui non ha importanza il luogo fisico dove avviene la riduzione, ma che questa venga realizzata. Inoltre oggi è più conveniente esportare tecnologie pulite in un paese dell’Est e/o del Sud del mondo, piuttosto che realizzate nuovi impianti a minor impatto ambientale nei paesi industrializzati. In questa direzione sono stati elaborati tre «meccanismi flessibili»: l’implementazione congiunta («Joint Implementation»), consente ai paesi industrializzati e a quelli in transizione di stipulare accordi per gestire in comune gli obblighi di riduzione. Ciò significa che l’Italia o un altro stato europeo può realizzare quote di riduzioni nei paesi dell’est tramite accordi di cooperazione tecnologica che riducano le emissioni sul loro territorio. Il fondo per lo sviluppo pulito («Clean Development Mechanism»), promuove accordi di cooperazione per il trasferimento di tecnologie pulite a basso impatto ambientale. Il commercio di permessi («Emission Trading») è possibile per i paesi firmatari acquistare o vendere quote di anidride carbonica («permessi di emissione»), da un altro paese. Chi è in ritardo con i propri impegni può, cioè, accordarsi con chi ha margini di emissione per «mettersi in pari». Il piano d’azione varato dall’ItaliaAnche l’Italia ha imboccato la strada di Kyoto, ratificando il Protocollo nel 2002 e adottando nello stesso anno un Piano d’azione nazionale per la riduzione di emissioni di gas serra. A fronte di una progressiva tendenza all’aumento del contributo nazionale alle emissioni di gas serra (il 7% nel settore industriale e della produzione di energia elettrica nel periodo 1990/1999) il Piano d’azione si propone una serie di obiettivi di riduzione. Diversi i settori interessati, dalla produzione di energia da fonti rinnovabili e la riduzione dei consumi energetici allo smaltimento dei rifiuti ed al miglioramento dell’efficienza nei trasporti, per una riduzione complessiva di 52 Mt. Nel settore agricolo e forestale: iniziative di afforestazione e riforestazione, recupero di territori abbandonati, protezione del territorio dal dissesto e dalla desertificazione, per una riduzione di 10,2 Mt. La terza area di intervento riguarda progetti di cooperazione in Cina, nord Africa e Balcani, mediante l’utilizzo dei «meccanismi flessibili» per colmare il divario residuale di circa 30Mt. Per l’economia italiana, costituita prevalentemente da piccole e medie imprese, ridurre le emissioni nel solo territorio nazionale avrebbe costi molto elevati: Corrado Clini, Direttore generale del Ministero dell’ambiente, parla di un investimento di almeno 220.000 miliardi di vecchie lire. L’utilizzo strategico della cooperazione può rappresentare una riduzione dei costi per il contenimento delle emissioni, ma anche trasformare l’impegno per la protezione del clima in un fattore di nuova competitività per il sistema produttivo italiano. Esso diverrebbe un volano per l’accesso ai finanziamenti internazionali e un veicolo per l’internazionalizzazione dell’economia italiana attraverso l’esportazione di tecnologie pulite e di innovazione di processo e di prodotto.

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