Toscana
La Toscana fa i conti con l’effetto serra
Cosa è cambiato? Ad esempio, ci spiega il professore, «abbiamo una primavera molto anticipata ma con dei ritorni di freddo tardivi che creano danni. C’erano anche prima gelate a fine aprile, ma adesso la vegetazione è molto più avanti, perché lo stesso autunno ha temperature più elevate, con lo scirocco che è aumentato del 30% in termini di frequenza e ha preso il posto della tramontana. Lo scirocco è anche il responsabile di questo passare improvviso dal caldo al freddo e viceversa, con sbalzi anche di 10 gradi in un giorno che creano problemi alla salute umana». Ma i problemi i cambiamenti li creano anche alle colture tipiche, come la vite e l’olivo. Nel 2003 la produzione di olio fu solo del 20% a causa dell’estate precoce, perché la fioritura dell’olivo è sensibile alla temperature alte. Anche per il vino, se non venisse poi aggiustato a livello enologico si andrebbe verso vini quasi liquorosi.
Professore, da quando si registrano questi cambiamenti nel clima toscano?
«A partire dal 1990. In Toscana il segnale più evidente e anche quello che ha creato più danni, è l’aumento dell’intensità delle precipitazioni. Basta pensare al Bruna che ha esondato poche settimane fa a Grosseto. Dai 40 mm degli eventi particolarmente intensi in poche ore degli anni ’60-’90 siamo passati agli 80-120 mm».
Quali le zone più interessate?
«L’80% delle perturbazioni ci arrivano dal Tirreno, quindi la zona costiera da Massa fino a Grosseto, con particolare intensità da La Spezia a Pisa, perché ha le montagne a ridosso. Ma anche la Maremma».
E la causa qual è?
«L’effetto serra a livello planetario con il forte riscaldamento degli oceani nella zona intertropicale. C’è una maggiore quantità di energia che viene trasferita attraverso il movimento delle masse d’aria alla superficie del mare. Gli eventi hanno una componente energetica maggiore. Questo riguarda anche il vento…».
Quindi dobbiamo aspettarci che giornate di forte vento come quelle di metà novembre si ripeteranno spesso?
«Spesso, non vuol dire continuamente, ma in autunno è probabile che si verifichino. È il periodo in cui si forma l’anticiclone della Siberia che porta l’inverno sull’Europa; abbiamo discese di aria fredda da Nord che sono molto più intense. Quando c’è una fortissima differenza di temperatura si creano anche fortissime differenze di pressione che provocano il vento, con intensità che diventano doppie rispetto a quella estrema di un tempo».
C’è anche un problema di siccità…
«Abbiamo inverni meno piovosi, per cui le falde si ricaricano meno. Poi la siccità è determinata anche dal fatto che gli eventi sono più intensi, e l’acqua si perde. E a questo si aggiunge, in anni come il 2003, anche una forte siccità estiva».
Nei prossimi anni dobbiamo aspettarci il persistere di questi fenomeni?
«Qui si parla di climatologia. Non vuol dire che questo avviene tutti gli anni. Si tratta di tendenze…».
Ma nel mondo scientifico c’è accordo su questo?
«Come sempre succede qualche bastian contrario c’è sempre, però è talmente evidente quello che sta succedendo… Io lo anticipai in un’intervista alla Nazione nel 1988. A posteriori possiamo dire: avevamo ragione».
Cambiamenti climatici ci sono stati anche nei secoli passati e di quelli l’uomo non era responsabile…
«La Groenlandia era verde tra il 900 ed il 1200… Però quei fenomeni sono avvenuti in 400 anni, adesso avvengono in 30 anni e corrispondono ai modelli legati alle radicali modifiche delle condizioni dell’atmosfera. Andare a cercare quell’un per cento di probabilità che non sia quello ha poco senso».
Se riusciamo ad applicare il protocollo di Kyoto la situazione cambierà?
«Il protocollo di Kyoto è una falsa speranza. Dice che dovremmo ridurre del 5% le emissioni rispetto al 1990, ma da allora ad oggi sono aumentate del 20%, per cui la riduzione vera dovrebbe essere del 25% a livello planetario. Con una Cina e un’India che stanno aumentando dell’8% annuo, è praticamente impossibile…».
Ma se diventassimo improvvisamente virtuosi i cambiamenti ci sarebbero?
«Quantomeno non immediatamente. Ci vorrebbero almeno 30-40 anni».
Cosa si può fare allora?
«Kyoto ha il pregio di aver posto il problema, senza risolverlo. La strada che ha intrapreso l’Occidente di uno sviluppo continuo è insostenibile. Che bisogno c’è di questi mega magazzini come la nuova Ipercoop di viale Gainnotti, a Firenze dove la gente va a passarci la domenica, a mangiare con la famiglia? Vale la pena la domenica mettersi in coda in autostrada per arrivare in un posto e tornare subito indietro perché si è fatto tardi? Bisogna ripensare un sistema di vita che è troppo basato sul consumismo sfrenato che poi determina danni macroscopici a livello ambientale. Le cose da fare sono tantissime. Faccio un esempio: abbassare i riscaldamenti, riducendo in tutte le case la temperatura da 23 a 19 gradi, che sono più che sufficienti».
Perché, allora, l’effetto serra è oggi un problema? Perché a causa dell’uso dei combustibili fossili, la concentrazione di anidride carbonica (CO2) è passata da un livello di 310 parti per milioni in volume (ppmv) a 380 ppmv, il livello più alto degli ultimi 400.000 anni e verificatosi in un tempo brevissimo.