Toscana
L’ultimo addio a «Karol il grande»
In migliaia, anche dalla Toscana, sono accorsi in piazza San Pietro per partecipare alle esequie di Giovanni Paolo II, o in altri luoghi di Roma per seguire sui maxi schermi la Messa presieduta dal card. Ratzinger. Ma c’è anche chi, come una parrocchia fiorentina, proprio in quei giorni aveva programmato una sorta di pellegrinaggio all’incontrario, nella terra di Wojtyla… E a Rosignano Solvay gli operai hanno voluto celebrare una Messa in fabbrica per ricordare il «compagno Karol», che nel 1982 volle essere in mezzo a loro nella festa di San Giuseppe lavoratore.
Al funerale c’eravamo tutti: giovani e meno giovani; anziani e bambini; ammalati e disabili; credenti e non; semplici fedeli e grandi della terra. Tutti a dire il nostro «Grazie» a Giovanni Paolo II per aver testimoniato che un altro mondo è possibile.
Mi sono ritrovata in una Roma inedita: libera dal traffico privato e tappezzata di manifesti di saluto e di riconoscenza al Santo Padre, («Grazie. Roma piange e saluta il suo Papa»; «A Dio»; «Gloria al Papa della pace»; «Papa nostro che sei nei cieli»). Vicino al centro della città, le cose cambiavano: il brulicare delle persone, piano piano aumentava. Nei dintorni del Vaticano ho incontrato giovani ancora avvolti nei sacchi a pelo, persone in fila davanti ai bagni, gruppi già in movimento dietro una bandiera listata a lutto. Insolito, per Roma, era anche il gran numero di tende canadesi montate nel verde intorno a Castel Sant’Angelo. Tutti erano composti e consapevoli che non si trattava di una gita, ma di un momento di grande significato umano e spirituale.
Sapevamo di andare incontro a qualche disagio, ma si poteva sopportare, soprattutto pensando a quanto aveva sopportato il Papa negli ultimi anni della sua vita ed in quegli ultimi giorni «di passione».
Arrivare in via della Conciliazione non è stato difficile. I mezzi pubblici funzionavano ed erano frequenti. Sui marciapiedi, alle 6 del mattino, c’erano già molti fedeli pronti a seguire la celebrazione sul grande schermo posto all’inizio della strada. Verso le 7 ci è stato permesso di avvicinarci alla piazza, ma c’erano le transenne. Altra sosta. Tanti dubbi. «Ci fermano qui» diceva qualcuno, «ci sono le autorità, lasciano mezza piazza vuota per sicurezza». Falso. Alle 8, ci è stato consentito di attraversare il colonnato. Alle 8,30 avevo conquistato la mia posizione in piazza San Pietro: vicino alla fontana di destra, sotto le finestre del palazzo Apostolico. Se il Papa si fosse affacciato, lo avrei visto benissimo. Ma ora, «si affaccia dalla finestra del Paradiso», ci ha detto Ratzinger durante l’omelia, ed è risuonato un applauso.
La solennità della Messa in latino e del canto gregoriano era interrotta, di tanto in tanto, dagli applausi; un modo insolito di partecipare ad un funerale, ma forse l’unico per quei giovani che desideravano far sentire il loro affetto per un Papa che ha saputo rispondere ad una loro legittima aspirazione: la ricerca dei veri valori della vita.
Oggi è palpabile questo sentire, tanto più evidenziato dalla grande compostezza che accompagna tutta la città. Geografia e Storia convergono in Roma. Sì, ci sono i capi delle nazioni, ma la loro presenza non è invasiva e bene ha fatto il protocollo a mettere in ordine alfabetico le presenze: è un fatto che israeliani, siriani e iraniani siano qui, che non vi siano state – almeno sembra – pretese da parte di nessuno.
Ma è soprattutto l’affetto che conduce qui la larga maggioranza delle persone, nonostante i distinguo e, anche un po’ di invidia, da parte di qualche inquisitore di carta, ben oltre il gusto della critica. Giovanni Paolo II ha raggiunto tanti, credenti e non, d’accordo o meno, con la forza della simpatia e di convinzioni espresse senza nascondersi. Questa presenza, così numerosa, tanto da essere un evento unico in tutta la storia di Roma e della Chiesa racconta che Wojtyla ha cercato di essere chiaro senza essere acido, con simpatia, soprattutto con i giovani. Che differenza con il senso corrosivo di tanti commentatori, pronti a vedere il marchio prima dell’uomo. La cifra della paternità caratterizza nel profondo questo pontificato così umano e regale al tempo stesso. Il vento si fa più intenso e solleva, poco lontano da qui, sul colle vaticano, la Bibbia posta sulla bara del Papa, come a dire anche con lui che il discepolo non parla di sè e da sé, ma della pienezza che ha nel cuore di una Parola mangiata e meditata, confronta con la storia. Dagli schermi vediamo che la Scrittura aperta sulla bara di cipresso è stata chiusa dal vento, ma poco dopo fa ingresso il libro del Vangelo che viene riaperto da Ratzinger, il cardinale decano che presiede la liturgia e si rivolge all’«immensa folla orante».
Così mentre in piazza San Pietro una folla immensa salutava il Papa nella sua cassa di cipresso, la sala mensa della Solvay, «nella diocesi meno cattolica», era gremita di operai e dipendenti. Tutti in silenzio davanti allo spartano altare ricavato proprio dal tavolo sul quale il Papa pranzò nel 1982.
Fin dai primi passi, a Varsavia, ci si rende conto che lì, qualcosa di straordinario sta avvenendo: il lutto nazionale è evidente non solo per le bandiere e gli stendardi listati a lutto, ma per tutte le immagini del Papa che riempiono strade, piazze, le finestre delle case e le vetrine dei negozi. Sul palazzo della Cultura, dono di Stalin alla città, primeggiano lo stendardo con i colori vaticani e la foto del Papa ad oltre 50 metri di altezza. Il viale Giovanni Paolo II, è punteggiato di lumini di tutte le forme e colori. Un filo continuo lungo chilometri, che ritroveremo in tutte le altre località incontrate, nelle piazze e nei luoghi di aggregazione. Ma ciò che domina la scena è il silenzio in cui tutto questo accade, occhi lucidi e sguardi tristi in numero smisurato: una scena che raggiunge il culmine intorno alle 21,37 di ogni sera, dove tutto si ferma in un silenzio carico di commozione, mentre in migliaia si ritrovano per le strade ad accendere lumi. Il silenzio a Cracovia, altra città della nostra meta, viene rotto dai canti sottovoce: siamo davanti alla finestra del Vescovado da dove il Papa parlava ai giovani.
Dorotea, di Cracovia, ci racconta che era successo qualcosa di simile quando il Santo Padre era stato ferito nel 1981, oggi senza alcuna organizzazione, tramite gli sms ed e-mail, migliaia di giovani in tutte le città di Polonia hanno improvvisato questo travolgente ritrovo silenzioso. Sono giorni di pacificazione, questi in Polonia, altri giovani ci raccontano che nonostante i problemi sociali che questa generazione vive, incluso l’alcolismo e la mancanza di significato a fronte di un alta disoccupazione, si ritrovano le tifoserie opposte delle due squadre di calcio di Cracovia, per celebrare insieme una messa di riappacificazione, il venerdì sera in coincidenza con i funerali a Roma.
In una delle sue omelie Don Pierfrancesco Amati, che ha guidato il pellegrinaggio, sottolinea tre punti: la percezione di trovarsi davanti ad un popolo la cui vita è ancora esplicitata dalla fede; che il Papa è recepito realmente come il punto più importante, nel quale ogni polacco si identifica; in ultimo la percezione evidente della santità del Santo Padre, ed il giusto appellativo di «grande» attribuitogli in questi giorni.