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Maremoto, da Giakarta qualcosa di nuovo

“Non sapremo mai davvero quante donne, quanti uomini e quanti bambini sono morti il 26 dicembre” ha detto il Segretario generale dell’Onu, Kofi Annan durante il vertice di Giakarta del 6 gennaio, chiedendo la disponibilità di 977 milioni di dollari per gli aiuti necessari nei prossimi sei mesi a cinque milioni di persone coinvolte nel disastro. Il bilancio degli impegni di stanziamenti assunti da governi e istituzioni internazionali oscilla intorno ai quattro miliardi dollari ma per la maggior parte non sono stati specificati né scadenze né modalità di erogazione: spiccano gli impegni dell’Unione Europea per un miliardo e mezzo di dollari e i 760 milioni promessi dall’Australia all’Indonesia. Tre le principali conclusioni del vertice di Giakarta la gestione degli interventi nelle mani dell’Onu, la moratoria del debito dei paesi colpiti dal disastro e la costruzione di un sistema di allarme contro gli tsunami

Intanto il numero complessivo delle vittime dello tsunami del 26 dicembre è salito oltre quota 165.000. Solo l’Indonesia lamenta, ufficialmente, 113.306 morti, ma secondo Giacarta, il bilancio dovrebbe ancora crescere. Il ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, ha reso noto che sono 338 i dispersi dispersi italiani nelle zone colpite dal maremoto, di cui 311 si trovavano in Thailandia (di questi sette sono minori) e 24 nello Sri Lanka. Secondo Fini, poi, gli italiani che erano nelle zone colite dallo tsunami erano in tutto 10-12 mila compresi anche i turisti che si sono recati lì autonomamente e senza l’aiuto di un tour operator. Il numero delle vittime italiane identificate, infine, resta fermo a 20 anche se «siamo a conoscenza dell’ identificazione di alcune vittime, ma per noi la certezza deve essere assoluta», ha detto il ministro.

In questa emergenza Asia resta anche il problema del riconoscimento dei corpi. Nei container refrigerati sistemati all’interno dell’area dove sorge il tempio buddista di Takua Pa, sono contenuti ”circa 1.500 corpi” di occidentali, morti a causa dello Tsunami in Thailandia. Lo ha detto ad alcuni giornalisti italiani l’australiano Martin Wayne, il capo del team internazionale di medici legali responsabile per la provincia di Phang Nga, una delle più colpite dal cataclisma. Anche Wayne ha confermato che nella ”fossa comune” di Ban Muang non vengono seppelliti corpi di occidentali, ma solo di asiatici. Ma come si fa ad essere sicuri? L’australiano afferma che la certezza al 100% è impossibile, stante anche il degrado delle salme, ma spiega che i primi accertamenti sono stati compiuti dai tecnici thailandesi, e in tempi utili per poter stabilire l’area geografica di provenienza. Secondo Wayne, «fino a quando dureranno le operazioni, i corpi degli occidentali resteranno in questi container. Speriamo che ne vengano identificati il più possibile e per quelli che alla fine rimarranno ancora senza nome saranno le autorità thailandesi a deciderne la sorte».

Il summit di GiakartaIl summit di Giakarta era stato convocato dall’associazione dei Paesi del sud-est asiatico allargato a G8, Stati Uniti, Unione europea e Nazioni Unite. Cinesi e americani, giapponesi ed europei, australiani e asiatici: spesso lontani fra loro ma questa volta uniti nel mettere a disposizione le proprie risorse in un’azione di solidarietà ”senza precedenti perché – come ha ricordato Annan – è questa catastrofe globale che non ha precedenti”. Qualcuno l’ha definita come «l’11 settembre della natura». Il bilancio del disastro conta oggi 165 mila morti accertati, ma Annan avverte che la cifra ”è destinata ad aumentare”. A undici giorni dal cataclisma, solo un quarto dei cinque milioni di persone coinvolte ha ricevuto gli aiuti: un ritardo dovuto a problemi logistici, ma anche all’inefficace coordinamento fra i soccorritori. E forse a qualche abuso.

A Banda Aceh, la zona dell’Indonesia meridionale che da sola conta 96mila morti, la macchina dei soccorsi appare inceppata: ci sono ancora cadaveri sotto le macerie, i topi scorazzano fra carcasse di animali in decomposizione e i corpi di uomini, donne e bambini tuttora insepolti. L’acqua è inquinata, le tende non bastano, il cibo scarseggia.

Denunciando la disastrosa situazione igienica, il segretario generale dell’Organizzazione mondiale per la Sanità, Jong Wook Lee, ha avvertito che il numero dei morti ”potrebbe raddoppiare”. In un’area in cui malaria e colera sono endemici, virus e vibrioni rischiano di diffondersi in forma esponenziale. Gli interventi, si è detto al vertice, da ora in poi devono avvenire in modo coordinato. Lo ha riconosciuto anche il segretario di Stato americano, Colin Powell, che ha annunciato lo scioglimento della ”coalizione internazionale degli aiuti” istituita appena otto giorni fa e alla quale aderivano oltre a Stati Uniti anche India, Giappone e Australia. L’America ha accettato di sottomettersi al coordinamento unico delle Nazioni Unite, cosa che già da sola appare una scelta politica sorprendente. Nessuna promessa invece per maggiori aiuti.

L’Unione europea, intervenuta al summit con il presidente dell’esecutivo José Manuel Durrao Barroso, ha fatto sapere di essere pronta ad aumentare di altri 350 milioni di Euro il suo stanziamento a favore dei Paesi colpiti portando così a 1 miliardo e mezzo l’impegno complessivo dei 25 Stati dell’Unione. Al vertice si è proposto di concedere una moratoria sul debito estero ai Paesi coinvolti nella crisi, così da poter dirottare le maggiori risorse verso gli aiuti e la ricostruzione. Il suggerimento verra’ discusso il prossimo 12 gennaio dal cosiddetto ”club di Parigi” che rappresenta i Paesi creditori.

Ma la denuncia più grave emersa dal vertice, è l’implicita ammissione che questo massacro poteva essere contenuto se non addirittura evitato. E’ per questo che si è finalmente deciso di istituire un sistema di allarme nell’oceano Indiano per preannunciare l’arrivo dello tsunami: una proposta avanzata mille volte in passato, ma approvata solo oggi a tragedia ormai compiuta. ”Quanto accaduto è come un incubo dal quale speriamo ancora di poterci svegliare” ha detto Kofi Annan

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