Dossier

Nell’Europa allargata cristiani destinati a incontrarsi

DI UMBERTO SANTARELLIDa tredici anni a questa parte gli «Amici di Supplemento d’anima» (rivistina di poche pretese ma di progetti coraggiosi, che circola in qualche migliaio di copie tra coloro che in Italia si occupano a vario titolo di cose sociali e politiche cercando di rammentarsi come si deve della loro ispirazione cristiana) si ritrovano la prima domenica di luglio all’Abbazia di Vallombrosa (in un «luogo» benedettino, in casa cioè dei figli d’uno dei grandi padri dell’ideale europeo) a ragionare d’Europa: delle speranze, delle difficoltà, dei successi, delle prospettive, della storia d’un’idea che tutti (o quasi) dicono di condividere; ma che poi, tutte le volte che sembra d’esser sul punto di realizzarla, sfugge di mano e costringe a ricominciare quasi tutto daccapo. Qualche volta quegli «amici» hanno cercato anche di fare l’inventario dei successi, dei progetti pensati da chi aveva abbastanza speranza per non lasciarsi andare alle prime difficoltà: l’anno scorso, per esempio, fecero memoria d’un grande architetto dell’Europa unita – Alcide De Gasperi – chiamando la figlia Maria Romana a parlare di lui.

Quest’anno – e giustamente, direi – s’è deciso di riflettere sull’imminente allargamento dell’Unione verso est: non per accodarsi alle felicitazioni di maniera, che quasi sempre si risolvono in frasi di convenienza che lasciano il tempo che trovano, ma per cercar di capire il significato reale d’un’operazione così complessa, le prospettive che può aprire e le difficoltà con le quali si dovrà misurare; per fare, insomma, un ragionamento politico serio, che non dimenticasse né le premesse fondamentali né le implicazioni apparentemente minute e spesso paralizzanti. Per aiutarli in questa riflessione hanno chiamato una persona che, se l’estensione si farà (e chi ha un po’ di giudizio lo spera fermamente), sarà in grado di misurarne prima e in corso d’opera con intuizione infallibile gli effetti grandi e minuti: il russo padre Vladimir Zelinskyi, sacerdote ortodosso da molti anni in Italia, professore nella sede bresciana dell’Università Cattolica e parroco d’una comunità ortodossa che si riunisce a Brescia in una chiesa già cattolica messa a disposizione dalla diocesi (segno prezioso d’un ecumenismo fatto di «cose» e non solamente di parole).

È stato un incontro di grandissimo interesse. Padre Zelinskyi, intervistato prima da Gianni Santamaria (giornalista di Avvenire) e poi da molti degl’intervenuti, ha cercato di tracciare un quadro che rendesse una ragione culturalmente motivata e sperimentalmente convalidata del fondamento storico che porta Oriente e Occidente a convergere per concludere una vicenda più volte millenaria senza nulla dimenticare delle differenze e delle fatiche che hanno segnato questo cammino. Un itinerario che è stato e continua ad essere essenzialmente religioso: votato a compiersi in un’unità che sia perfetta per grazia di Dio ma che non smentisca le (preziose) differenze che in un millennio si sono accumulate e hanno portato frutto dall’una parte e dall’altra. L’importante, è stato detto, è che le due Cristianità cerchino di incontrarsi davvero, senza rinunziare ai loro specifici carismi e scoprendo la reale convergenza dei loro (apparentemente diversi) itinerari: più che confrontare due culture alla vana ricerca d’un’uniformità di superficie che sarebbe impossibile e risulterebbe comunque dannosa, lo sforzo indispensabile dovrà esser fatto per comprendere l’omogeneità di certe vicende che hanno coinvolto tutti: per gli ultimi settant’anni, ad esempio, bisognerà che cattolici e ortodossi scoprano l’identità d’un martirio che ha colpito tutti e a partire dalla memoria del quale non sarà impossibile ritessere una concordia autentica. Se questo davvero avverrà, sarà facile accorgersi che certe differenze che sui libri sembrano enormi e di cui tutti in varia misura portano la responsabilità sono il frutto storico di vicende culturali in sé non laceranti e comunque ormai concluse da secoli.Il Magistero romano parla da tempo dell’inculturazione del messaggio cristiano nei diversi contesti storici. È una chiave interpretativa alla quale forse non eravamo abituati; e che, saputa adoprare con giudizioso coraggio, può rendere facilmente percorribili strade che fino a ieri sembravano viottoli inaccessibili. Se tutti i cristiani, è stato detto a Vallombrosa, si moveranno così sia in Oriente che in Occidente, sarà facile ritrovare in Europa quella radice unificante cristiana, della quale sarebbe forse vano discettare se scriverla o no. Perché non è la scrittura che decide la storia.