Arezzo

Oltre l’egoismo: per la politica una svolta culturale.

La crisi che ha colpito l’economia e la finanza mondiale interpella la Dottrina sociale della Chiesa nei suoi principi ispiratori e nelle sue implicanze pratiche. La «Caritas in veritate», progettata ai fini di “attualizzare” la «Populorum progressio» di Paolo VI, è diventata pertanto un’enciclica chiamata a costituire una chiave di lettura della situazione presente e una bussola orientatrice per uscirne. Ora come allora il criterio fondamentale della Chiesa deriva dalla convinzione che Dio è padre di tutta l’umanità, e che pertanto, per quanto riottosi, gli uomini sono tra loro fratelli. Benedetto XVI ripropone dunque i cardini tradizionali dell’umanesimo cristiano, secondo cui l’uomo è artefice del proprio destino, ma dentro confini segnati dalla sua originaria struttura creaturale. Di conseguenza, non esiste questione sociale che non rimandi a questo paradigma teologico e antropologico: «Se non è di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, lo sviluppo non è vero sviluppo» (n. 18).L’enciclica, in questo senso, costituisce un invito perentorio a riflettere anche sulle responsabilità della politica, dal momento che i processi ai quali assistiamo non sono frutto di calamità naturali, ma sono la conseguenza di strategie avventuristiche che hanno prodotto contemporaneamente illusorie ricchezze virtuali e dolorose povertà reali. Benedetto XVI, riprendendo Paolo VI, ritiene che il mondo di oggi soffra anche per mancanza di pensiero (n. 53), e che occorra dunque allargare gli orizzonti dei nostri saperi.Siamo dunque invitati a leggere questa crisi come una tappa dell’avventura della modernità, nella quale si è verificato una sorta di dissidio strutturale tra due concezioni antagoniste della società politica. Da una parte abbiamo la visione statalista, che ha dissolto la persona nel collettivo, confondendo la naturale socievolezza dell’uomo, dalla quale nasce «spontaneamente» la società politica, con la concentrazione gregaria e servile delle persone ridotte a massa. Dall’altra abbiamo la concezione individualistica, che vede nella società la semplice somma delle azioni e delle preferenze individuali, scambiando la socialità, che è propria anche del mondo animale, con la socievolezza, che è invece il modo tipico degli esseri umani.L’enciclica, pur riconoscendo ancora il compito degli Stati e dei poteri locali, chiede alla politica di rispondere, in nome dei valori etici della solidarietà e della giustizia, alla necessità ormai ineludibile di un «governo della globalizzazione» (n. 57). Dalla politica, e dal personale politico, che in questi anni ha spesso tradito queste esigenze di moralità, ci si deve dunque aspettare «una svolta culturale». Qui il discorso dell’enciclica assume un tono che, letto con lo sguardo rivolto all’indietro, potrebbe apparire edificante. In realtà, per uscire dalla crisi, si tratta di superare modelli sociali fondati sulla competizione e sulla accumulazione egoistica della ricchezza. La sfida che l’enciclica lancia a tutti coloro che hanno responsabilità pubbliche è quella di provare l’efficacia storica di idee quali quella di fraternità (capitolo III). Qualunque sia la soluzione che verrà data alla crisi, l’enciclica ci dice dunque che non sarà autentica se sarà solo economicistica, e non avrà posto al centro la responsabilità politica come interpretazione della regola etica del bene comune. «L’attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile. Questa va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica. Pertanto, va tenuto presente che è causa di gravi scompensi separare l’agire economico, a cui spetterebbe solo produrre ricchezza, da quello politico, a cui spetterebbe di perseguire la giustizia mediante la ridistribuzione» (n. 36).«La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli» (n. 19). La «Caritas in veritate» è un invito a passare alla politica fondata sulla speranza, generata dall’amicizia civica, dalla fraternità e dal bene comune.di Paolo Nepi docente all’università Roma Tre