Opinioni & Commenti
Per Tuti e Sofri è un errore l’equazione delitto-castigo
Mario Tuti è l’ex terrorista nero condannato all’ergastolo per tre omicidi. È in carcere dal luglio 1975; ha scontato più di 28 anni. La legge penitenziaria normale rende possibile la semilibertà, cioè l’uscita di giorno (per lavori di utilità sociale) e la cella di notte. Cesare Battisti è un ex brigatista rosso, condannato all’ergastolo per quattro omicidi. Arrestato, evaso dal carcere di Frosinone, fuggiasco in Nicaragua, dal 1990 è a Parigi, scrittore di libri di successo. L’Italia non riesce finora a ottenerne l’estradizione, in Francia è libero.
Adriano Sofri è detenuto dal 1997, condannato a 22 anni per l’omicidio Calabresi. Sulla sua vicenda giudiziaria sono stati versati fiumi d’inchiostro, diluvi di parole. In vista di dargli la grazia è stata proposta una legge dal senatore Boato, ma la Camera l’ha bocciata. Quanto a Priebke, che ha 91 anni, l’ipotesi della grazia avanzata da alcuni ha trovato nelle parole del Capo dello Stato la reazione di un dolore, per la strage delle Ardeatine, conficcato profondamente nel cuore degli italiani.
Quando il pensiero torna sull’uno o sull’altro personaggio si rinnova ogni volta un fremito dentro di noi, perché l’idea di giustizia evoca l’equazione fra delitto e castigo, ma anche il bisogno di riparazione del delitto e di guarigione delle ferite che ha lasciato. Nessuno è inchiodato a quell’istante che lo ha fatto reprobo per sempre, se la pena diviene penitenza e il cuore muta nel tempo dell’espiazione.
Così, se la legge carceraria apre ad un uomo mutato (come Tuti) uno spiraglio di ritorno dopo decenni di vita reclusa, insegue una fruttuosa speranza invece che una deserta disperazione. Per un ergastolano evaso (come Battisti) non basta l’aver scritto in Francia dei libri di successo per schivare i conti con la giustizia; per chiedere clemenza non si può scavalcarla. Per Sofri, la diversità di ciò che dice e pensa l’uomo di oggi rispetto ai deliri violenti della stagione di «Lotta continua» di 30 anni fa ci sta sotto gli occhi; una grazia significherebbe che «questa pena non serve più». Non direbbe che «non calza», quasi fosse un supergiudizio postumo dopo otto processi; semplicemente «non serve». E proprio da Sofri è venuta una parola di umana commiserazione persino per Priebke, che oggi è solo un vecchio al limitare della morte. Forse è dal profondo della coscienza umana del male che sgorga una invocazione a non esser dannati all’equazione bruta del castigo, se una salvezza cambia il cuore di pietra in cuore di carne.