Toscana

Pezzati, quando la politica era un’arte

di Mauro BanchiniC’era silenzio, in aula, quando parlava Enzo Pezzati. Un silenzio fatto di rispetto e di stima per un personaggio né comodo né accattivante. Un silenzio che non accompagnava molti altri suoi colleghi quando prendevano la parola in un’aula – quella del Consiglio Regionale – nella lontana, e cosiddetta, «prima repubblica». Ma quando parlava lui il silenzio c’era, eccome. E chi lavorava sui banchi dell’ufficio stampa per dare ai colleghi esterni le sintesi dei diversi interventi, quando parlava Enzo Pezzati sapeva di essere obbligato a un supplemento di attenzione. Il capogruppo della diccì era uno di quelli che, una volta pubblicate, quelle sintesi le leggeva davvero e poi, se c’era qualcosa che non andava, non stava zitto.Se aveva qualcosa da dire lo diceva con sincerità, ma lo diceva anche – e non è un dettaglio di poco conto – senza quell’arroganza che oggi, talvolta, ritroviamo in certi esponenti politici così poco sicuri di sé da salire, una volta eletti, su chissà quale sgabello per guardare tutto il resto dall’alto in basso.

Enzo Pezzati no: era di uno stile diverso, di un’epoca «altra». Un politico vero, si potrebbe dire pescando nel mare delle frasi fatte. «Uno che la politica la faceva somigliare a un’arte», come ha bene ricordato un «avversario» di tempi lontani: il comunista Marco Marcucci.

«Presidente – mi scappò detto una volta – di lei dicono tutti che ha un caratteraccio». Chissà perché glielo dissi, ma ormai, in uno dei tavoli allora riservati ai giornalisti, della mensa di via Cavour 4, ormai glielo avevo detto. «Non ho un caratteraccio, ho solo un carattere. Ed è cosa del tutto diversa», fu l’inappuntabile risposta.Ebbe certo carattere quando, nel contesto dello scandalo P2, si battè per una norma che ancora vive nella legislazione toscana anche se in parecchi oggi vorrebbero cancellarla: la norma che obbliga i titolari di cariche e di incarichi a dichiarare la loro appartenenza associativa. Piccola norma, certo non punitiva, ma importante come segnale per favorire una trasparenza che ogni politico dovrebbe aver vanto di rispettare.

Ed ebbe carattere, Enzo Pezzati, quando venne eletto alla guida del Consiglio Regionale. Era il 1987 e, nel clima di allora, la sua elezione fece notizia così come lui, certamente, avrebbe svolto alla grande il suo ruolo, lungo un sentiero affascinante, se non fosse stato colpito dal male di una brutta malattia.

Il suo discorso di insediamento fu molto bello. «Non voglio essere al di sopra delle parti, ma voglio stare al di sotto …laddove stanno le nostre comuni radici…». Chi scrive ricorda quel discorso come una fra le sensazioni più belle che ha mai provato in quell’aula. Alla fine occhi lucidi di commozione (sembra incredibile – oggi – che ci si possa commuovere… per un discorso politico). Ma a essere lucidi non erano solo gli occhi del cronista politicamente vicino. Erano molti altri – taluni insospettabili – ad aver provato la stessa emozione.

Scrivendo per «Supplemento d’anima», la piccola ma tenace rivista di mons. Gastone Simoni per i cristiani impegnati nella società e nella politica, sull’ultimo numero Enzo Pezzati (e forse sono le ultime sue parole pubbliche) ci ha fatto riflettere sulla tenerezza di una lettera indirizzata dal prigioniero Aldo Moro alla moglie. «Vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo».

Uomo di carattere, politico di passione, cristiano di impegno Enzo Pezzati, adesso, è di sicuro in grado di capire come ci si vede. Di là, oltre l’ultima frontiera, dove oltretutto non esistono sentieri interrotti dal male di una brutta malattia.

CORDOGLIO PER LA MORTE DI ENZO PEZZATI; OGGI I FUNERALI