Arezzo

Quando il tempo era scandito da Dio.

Nell’epoca attuale la sacralità del tempo è venuta meno. Un antico manoscritto camaldolese ammoniva: «Il tempo appartiene a Dio soltanto, ma Egli ne lascia l’uso all’uomo, affinché questi inserisca il suo destino nella storia della salvezza». E pensare che, fino alla fine del XVI secolo, gli orologi ad acqua erano abbastanza diffusi: erano invece rari quelli a molla e nelle campagne la vita quotidiana era regolata dalle campane. Il tempo era scandito dalle preghiere. La sveglia era con i tre «Pater» e «Ave» dedicati alle verità fondamentali della fede. Il secondo rintocco a mezzogiorno per l’ora media. Il venerdì veniva commemorata la Passione. In famiglia, prima della cena, non mancava la recita del «Benedicite» da parte del padre e non si sparecchiava senza avere recitato «Il rendimento di grazie». Prima di coricarsi non mancava la benedizione dei genitori e il ringraziamento a Dio. Per misurare il tempo ci si riferiva spesso a periodi della liturgia (Avvento, Quaresima, Pasqua) ed espressioni come «il tempo di un Miserere», lo spazio di un «Pater noster»,«un detto di Credo» appartenevano al linguaggio comune. Oggi l’uomo tecnologico ignora la sacralità del tempo, tutto preso da un dinamismo senza anima dove il tempo da dedicare a Dio è spesso confinato in un limbo di buoni propositi. Questo neopaganesimo teso a curare la forma fisica, la bellezza e in fondo l’eterna giovinezza è un tentativo di rifiutare il tempo che passa, un distacco dalla realtà per approdare a una realtà illusoria.Mario Massi