Lettere
Rigurgiti laicisti sulla scuola libera
La campagna elettorale ha riacceso il dibattito sul sostegno finanziario pubblico alla scuola «non statale», che tutti si ostinano a definire genericamente «privata» anziché, come sarebbe più giusto, «scuola libera». Si continua, con ottusa pervicacia, a considerare il «pubblico» come sinonimo di «statale» e il «non statale» come sinonimo di «privato» anche quando si tratta, comunque, di un servizio pubblico. Tutto questo avviene perché permane, in larghi settori della nostra cultura, il concetto della scuola come «funzione» dello stato e non «servizio» alla comunità. Ed è proprio per il rifiuto di questo concetto che Nilde Iotti scelse l’Università cattolica, per evitare, cioè, l’indottrinamento della scuola totalitaria.
La pubblicità di un servizio non dipende dallo stato giuridico del gestore sibbene dalle finalità pubbliche che il servizio stesso persegue. Noto, purtroppo come questa distorta posizione concettuale non viene sufficientemente evidenziata, anche da noi cattolici. Eppure, nei suoi scritti giovanili, perfino Antonio Gramsci sostiene: «Noi socialisti dobbiamo essere innovatori della scuola libera lasciata alla iniziativa privata e ai comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello Stato».