Cattolici, la diversità di scelte politiche non può essere motivo di scontro

Le recenti polemiche (compresi i fischi al Meeting di Rimini, ma anche le precedenti prese di posizione di Avvenire e dell’Osservatore Romano) suscitate da alcune decisioni e affermazioni della senatrice Paola Binetti (già presidente del Comitato Scienza e vita, eletta al Senato con il centrosinistra) suggeriscono di avviare una riflessione, pacata, sulla diversità di scelte politiche da parte dei cattolici.

di Angelo PassalevaHo sempre pensato che la fine della Democrazia cristiana avrebbe segnato, per i cattolici impegnati in politica, l’inizio del cammino verso la piena maturità. Non che gli uomini di allora fossero poco preparati o immaturi, anzi! Ma il partito unico dei (o di) cattolici rappresentava quel rifugio sicuro dove vi erano molte certezze condivise e illuminate dall’indiscussa dottrina sociale della Chiesa. Un po’ come per i piccoli che in famiglia vivono in sicurezza e tranquillità per la presenza amorosa, ma anche autorevole, dei genitori. Con la crescita, la necessità di svincolarsi dall’ambito ristretto delle cure parentali genera la fase delle critiche aspre, della insofferenza verso le regole, la sensazione che occorre misurarsi con l’esterno, fare nuove scoperte, affrontare il rischio dell’autonomia.

È la crisi adolescenziale. Crisi difficile ma indispensabile e positiva. Una fase turbolenta della vita che prelude alla fioritura della maturità e della piena responsabilità della persona adulta. Mi pare che stia accadendo la stessa cosa anche per i credenti che, perse le sicurezze dell’unità partitica accettata allora dalla maggior parte del mondo cattolico e più o meno apertamente sostenuta dalle realtà ecclesiali, si trovano ad affrontare in modo più autonomo e indipendente le difficoltà delle scelte politiche. Un periodo, quindi, di turbolenze fin troppo evidenti, di incertezze, di confronti e scontri talvolta aspri, ma che può essere di crescita verso un più alto livello di maturità a condizione che gli insegnamenti fondamentali «assorbiti in famiglia», come succede per gli adolescenti, continuino ad essere i riferimenti essenziali per le decisioni autonome.

La diversità di scelte politiche non può essere motivo di divisione. L’unità dei cattolici impegnati in politica si deve vedere, adesso più che mai, anche nelle militanze diverse. Nessuno può essere giudicato come traditore o insultato solo perché ha scelto altre collocazioni politiche, anzi occorrono sempre più l’esercizio della Charitas e del colloquio fraterno. Non per affermare che ciascuno è più bravo dell’altro o ha fatto le scelte migliori, ma per cercare, insieme, le vie per essere lievito, sale e luce nei diversi contesti politici.

I fondamenti «assorbiti in famiglia», che rappresentano il segno tangibile di unità, rimangono, a mio parere: la volontà decisa di realizzare il bene comune, di stare sempre dalla parte dei più poveri (e non soltanto in beni materiali), la tolleranza e la capacità di accoglienza, il rispetto per ogni persona e per le idee degli altri nella disponibilità al dialogo e alla comprensione e mai alla sopraffazione, la tutela di ogni vita umana, la coerenza con i princìpi e con i valori della fede nelle scelte di vita personale.

I temi di più difficile confronto in una società fortemente laicizzata e permeata da falsi concetti di libertà sono, ad esempio, quelli della bioetica e della famiglia. Non mi pare di vedere tentennamenti da parte degli esponenti cattolici su questi temi in nessuna delle due coalizioni. La battaglia sulla legge 40/2004, l’impegno contro il referendum abrogativo della stessa legge e la adesione e partecipazione attiva dei cattolici dei due schieramenti ai Comitati Scienza e Vita, così come le ferme posizioni contro i Pacs, denotano una chiara unità di intenti. Perché dunque guardarsi con diffidenza o preconcetti?

Le varie iniziative di incontro fra esponenti cattolici dovrebbero avere sempre più il taglio dell’aiuto fraterno per affrontare le difficoltà che ciascuno trova nelle varie esperienze politiche, senza la tentazione di tirarsi indietro o di chiudersi in una «turris eburnea». Il credente ha l’obbligo di stare insieme a tutti e non da una parte sola. Ciascuno dovrà cercare, con la scaltrezza del serpente e la mitezza della colomba, di mescolarsi come il sale nella minestra, il lievito nella farina o il raggio di luce in una stanza, per dar sapore, far crescere e illuminare quella parte del mondo politico in cui ha scelto di operare.

Ritengo che sarebbe una iattura tirarsi tutti da una parte. Divisione, dunque, nei percorsi e nelle scelte politiche, ma unità sostanziale e reale nella condivisione dei valori essenziali. Se è così, possiamo aprirci alla speranza in un laicato cattolico adulto, impegnato in politica, ormai uscito dalla «crisi puberale», capace di camminare con le proprie forze nella coerenza con i valori, ma anche con l’attenzione alle esigenze di una società multiculturale e multietnica in rapida evoluzione. Utopia? Può darsi; ma senza guardare in alto si rischia di cadere sempre più in basso.

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