Tasse e diritti dell’uomo

di Enrico Chiavaccidocente emerito di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale1. Le tasse non devono servire solo per coprire le spese essenziali al funzionamento degli organi dello stato – legislativo, esecutivo, giudiziario –: questa è una visione liberista (non liberale), vecchia ormai di due secoli. Oggi devono principalmente servire ad assicurare a tutti i cittadini la tutela dei fondamentali diritti dell’uomo: questi diritti non sono solo i tradizionali diritti di libertà, ma anche i diritti a tutto ciò che è essenziale a una vita pienamente umana. Tali sono, ad esempio, i diritti al cibo, all’abitazione, alla salute, alla scuola. La dottrina sociale cristiana ce ne offre una visione dettagliata, e in accordo con i documenti dell’Onu, nella prima parte della Pacem in terris: nessun governante di ispirazione cristiana può ignorarlo: si legga un importante intervento del direttore della Civiltà cattolica, nel n.3738 dello scorso 18 marzo. Ma si deve anche ricordare che i diritti essenziali, per la dottrina della Chiesa come per l’Onu, devono essere assicurati a «ogni membro della famiglia umana» (Onu), e ogni essere umano, dovunque si trovi o vada, porta con sé tali diritti (Pacem in terris). I diritti dell’uomo, sia di libertà sia di solidarietà, debbono essere assicurati a ogni essere umano e non solo a ogni cittadino.

2. Le tasse devono servire a tale scopo. Ma la parola «tasse» include oggi diverse forme di prelievo. La diversità principale è quella fra le tasse sul reddito e quelle sui consumi. Vediamo perché. La tassa sul reddito può e deve essere progressiva (così la nostra Costituzione) e non solo proporzionale (p.es. il 20% per tutti i redditi).

Ogni tassa crea una «disutilità», toglie cioè una capacità di spesa. Ma se io levo il 20% a chi ha un reddito imponibile di 100.000 euro gli rimangono 80.000 euro, ampiamente sufficienti per ogni bisogno essenziale e per molti voluttuari. Invece se levo il 20% a chi ha il minimo per sopravvivere (p.es. una famiglia di 3 persone con 24.000 euro), gli tolgo ciò che è essenziale per una ragionevole sopravvivenza. La disutilità è chiaramente ingiusta. La percentuale deve essere dunque progressiva, con scaglioni (o fasce) crescenti al crescere del reddito. Ridurre le fasce a due o tre, come oggi si tende a fare, vuol dire penalizzare i più poveri o modesti e avvantaggiare i ricchi. Ridurre le tasse in questo modo è solo uno specchietto per le allodole, mirante in realtà a favorire i più ricchi (che saranno così sempre più ricchi) e sfavorire i più modesti o poveri (che saranno così sempre più poveri). È pertanto ovvio che sia la Costituzione sia il Magistero sociale della Chiesa richiedano una sensibile progressività nell’imposizione sul reddito. Occorre però tener conto del fatto che, aumentando l’imposizione al di là di una certa percentuale, le fasce più alte non abbiano più convenienza a aumentare il reddito (e quindi la produzione e indirettamente la ricchezza globale del Paese). È difficile calcolare tale soglia: indicativamente, per l’Italia di oggi, si usa calcolare intorno al 40%.

3. La tassa sui consumi viene prelevata al momento in cui uno spende il suo reddito, ed è impossibile, salvo casi speciali, renderla progressiva: essa grava in eguale misura su poveri e ricchi (come da noi l’Iva al 20%). Essa ha così in sé un carattere di ingiustizia, ma è necessaria per mantenere un flusso costante nelle casse dello Stato. Deve però essere tenuta a una percentuale più bassa possibile delle entrate globali dello Stato. Tale tassa riduce sensibilmente la capacità di acquisto di beni o servizi da parte dei poveri, mentre incide solo in misura trascurabile su quella dei ricchi.

Vi sono poi altre forme di prelievo che qui non possiamo discutere: la tassazione delle rendite, dei guadagni da capitale, le tasse di successione e di donazione. Esse devono incidere solo o prevalentemente su ricchezze consistenti: vi sono ricchezze enormi che non sono legate all’attività e al conseguente reddito annuale, e che contribuiscono ad aumentare costantemente la ricchezza dei ricchi, e alla consolidamento di famiglie sempre più ricche e potenti.

Ma dietro lo slogan «ridurre le tasse dello Stato» può nascondersi qualcos’altro. Vi sono infatti molti servizi – scuola, sanità, trasporti locali – che sono affidati a Comuni o Regioni: essi vengono finanziati in parte con contributi statali, e in piccola parte dalle tasse comunali e regionali. Se lo Stato insieme alle tasse riduce anche i contributi relativi, Comuni e Regioni possono solo o aumentare le loro tasse o ridurre i servizi. In ogni caso, trattandosi di servizi essenziali, sarebbero sempre svantaggiati i più deboli.

4. L’impegno morale per il cristiano, come per ogni uomo di buona volontà capace di anteporre i bisogni del prossimo alla propria convenienza economica, è gravissimo e si presenta con due facce: un impegno privato e un impegno pubblico.

Impegno privato. Le tasse sono l’unico strumento per venire incontro ai bisogni della comunità a cui si appartiene (lo Stato), e specialmente alle esigenze primarie dei più deboli. Ma anche alle tragiche esigenze delle tante miserie della famiglia umana, tramite impegni internazionali che solo lo Stato può assumere. L’impegno preso dai Paesi europei di spendere per l’Africa lo 0.70% del proprio prodotto nazionale annuo è stato assolto dall’Italia nel 2005 col solo 0.13%, per mancanza di fondi. La carità privata o le Onlus possono risolvere casi particolari, non i problemi della comunità nazionale o internazionale. Pagare le tasse dovrebbe essere un momento bello e forte nella vita del cristiano, la gioia di poter dare una parte del proprio lavoro alle necessità di tutti e specialmente dei più deboli. Sistema scolastico, sistema sanitario, sistema di mobilità a basso prezzo sono essenziali per la promozione dei fondamentali diritti dell’uomo, e fanno parte degli “inderogabili doveri di solidarietà” previsti dalla nostra Costituzione. Pagare le tasse è dunque un grave obbligo morale, oltreché dovere giuridico: un atto di vero amor di patria, e non di una patria astratta e celebrativa ma della comunità concreta della gente di tutta Italia nelle comuni ed essenziali necessità.

Di qui discende l’impegno pubblico. All’interno delle possibilità che il nostro sistema consente, tutti abbiamo capacità di controllo, stimolo e critica dell’operato dei poteri dello Stato e in specie di quelli legislativo ed esecutivo. Occorre un’informazione seria ed imparziale per intervenire nel modo più efficace. Spesso la ricerca di vantaggi personali o legati a interessi di un’area o un gruppo limitato fa dimenticare l’idea centrale di tutto il pensiero sociale cristiano della promozione del bene comune.

Su un quotidiano fiorentino, pochi giorni or sono, l’articolo di fondo invitava a votare sì con le ragioni del cuore, ma soprattutto con le ragioni del portafoglio. Dio si adirò verso il suo popolo perché aveva preferito al suo Dio un vitello d’oro. Dobbiamo tutti stare bene attenti a non fare lo stesso, sia pure con le migliori intenzioni e senza accorgerci della contraddizione fra la fede di un Dio che è puro e totale amore e i nostri comportamenti privati e pubblici.